È bizzarro il collegamento, probabilmente involontario, che si è instaurato tra il tema della mostra in corso, a gennaio, a Verona, e il palazzo che la ospitava: al palazzo della Ragione, l’esposizione di un gruppo di artisti appartenenti all’Outsider Art.
È difficile, forse non necessario, cercare di dare una definizione di Outsider Art oggi. Sono oramai lontani i tempi di Dubuffet e dell’Art Brut secondo cui l’artista doveva essere indenne dalla cultura artistica.
Ora non basta essere ciechi per non vedere, né sordi per non sentire.

Le porte di Francesco Nardi
Nei mesi scorsi, dal 16 al 31 gennaio 2010, si è svolta, al Palazzo della Ragione, nel cuore di Verona, una mostra, intitolata “Alchimie dell’Arte dell’irriducibilità dello spirito saturnino”, che ha aperto una piccola finestra su di una realtà non così vicina; Daniela Rosi, la curatrice, si è cimentata in un’impresa encomiabile, ovvero quella di raccogliere, e selezionare, le opere di artisti fuori dal circuito artistico convenzionale in tutto il Triveneto.
Entrare in quelle stanze dagli alti soffitti è un’esperienza surreale se davanti agli occhi ci si ritrovano delle porte esposte su piedistalli. Queste opere si ergono diritte, ognuna con una storia. Dentro ad esse, sulla loro superficie e al di là, vi sono delle passioni, delle pulsioni, delle animosità che immobilizzano lo spettatore. Le porte sono vestite, sono adornate di oggetti che hanno parvenza di amuleto, sono scritte e sono incise dalla foga di un uomo, Francesco Nardi, che ha messaggi da trasmettere e sa come farlo.
Le sue creazioni sono dotate di vita propria e racchiudono all’interno un mondo, cosa che, normalmente, è ciò che, in una casa o in un palazzo, invece celano.
Le porte, quindi, fanno da tramite per qualcosa e diventano uniche protagoniste assumendo anche, a tratti, caratteri umanizzati.

Dipinti di Emanuele Traviglia
Curioso notare come l’immagine simbolo della mostra sia proprio il buco di una serratura. Come se si volesse invitare le persone a spiare, a cercare di guardare oltre, forse anche oltre al nome dell’artista stesso, dato che, purtroppo, spesso e volentieri si apprezza un’opera più per la firma che per la qualità.
Tutti gli artisti presenti nelle sale espositive hanno una freschezza gestuale che, per i temi trattati, spesso ossessivi e, in certo qual modo, morbosi, lascia senza fiato. Si è completamente spiazzati di fronte alla genuinità dei colori accesi, delle pennellate naives e dei segni in apparenza dettati dal caso.
Emanuele Traviglia, con i suoi dipinti, descrive delle figure antropomorfe contaminate da una fauna non ben definita, somiglianti a sirene e uccelli, piccioni, forse, a serpenti e a cani.
Sfondi monocromatici con pochi colori, quel tanto che basta per far risaltare il contorno, nervoso, marcato ed inconfondibile.

Le maschere di Alessandro Masia
Nell’ultima sala si ha la possibilità di osservare una serie di lavori esposti su una grossa parete attraverso un cannocchiale. I dettagli sono ingigantiti e si crea una strana intimità tra chi guarda e il quadro stesso. Non si è più minimamente condizionati dal mondo esterno. Attraverso quelle lenti si vede solo un dipinto e nient’altro. Non si è confusi, né oppressi, dal numero troppo elevato di stimoli visivi, ma si ha la possibilità di instaurare un contatto diretto, e metaforicamente silenzioso, con ciò che ci sta davanti.
Ma una delle serie più interessanti è, senza dubbio, quella creata da Alessandro Masia: delle maschere raffiguranti delle facce, piccole o di media dimensione, tutte con un’espressione unica, particolare. Sono tutte diverse, tutte varie, come se facessero parte di uno zoo di emozioni: delle caricature che esprimono, attraverso il candore e la fissità, tutta l’angoscia e la costrizione di doverla forse indossare sempre, quella maschera.
Katia Bonini
Tutte le foto sono di Rodolfo Hernandez
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