La realtà carceraria tra falsi miti e verità

Attraverso le parole della Direttrice dell’Istituto penitenziario la Dozza di Bologna, finito spesso sotto i riflettori, scopriamo fino a che punto le lamentele dei detenuti possano essere giustificate o tollerate e quali siano le reali piaghe che affliggono l’intero sistema carcerario italiano; si evince come sempre – e senza sorpresa – che dal potere del denaro dipendono le vite di migliaia di detenuti. (Foto: Flickr cc amaneiro)

Fotografiamo la situazione, le problematiche e le condizioni della maggior parte degli istituti penitenziari italiani con la Dott.ssa Ione Toccafondi, direttrice del carcere bolognese la Dozza, i cui detenuti – come d’altronde fanno quelli di altri istituti – attraverso lettere e proteste hanno recentemente condannano l’inefficienza del secondo comma dell’art.27 della Costituzione Italiana che recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». «Già di per sé è difficile – scrivono – per gran parte di chi si considera “giusto”, riconoscere fattivamente e pienamente al detenuto lo status di cittadino, tant’è che viene considerato un soggetto socialmente deviato e quindi, secondo i criteri di legalità giustizialista, un soggetto dalla cui reclusione deve prevalere innanzitutto l’aspetto meramente punitivo che agisca sul corpo e soprattutto sulla psiche». In realtà il sistema carcerario non funziona esattamente così: di comprensione e senso di umanità ce n’è in abbondanza; quello che manca, perché la vita in carcere sia “umana” a tutti gli effetti, è ben altro. Dal momento dell’arrivo, alla permanenza e fino all’eventuale scarcerazione, ogni detenuto ha diritto ed ottiene assistenza medica e psicologica; può inoltre usufruire di numerosi servizi e progetti che, in un modo o nell’altro, gli consentono di condurre una vita e porsi degli obiettivi anche in un contesto difficile come questo. È vero che, dopo vent’anni dietro le sbarre, in un detenuto cominciano a nascere insofferenza e incomprensione, vuoi perché è stato portato a termine un reale processo di rieducazione, vuoi perché col passare del tempo può succedere che non ci si renda più conto del motivo della propria permanenza in quel luogo. La realtà del carcere su una persona estranea a questo mondo, difatti, è totalmente devastante. L’ambiente è sconosciuto, le regole ignote, gli spazi sgradevoli e stretti, i compagni di cella obbligati. «Spesso non si ha nemmeno cognizione dei motivi per i quali si è in carcere, non si sa come fare ad avere un colloquio con un avvocato» precisa la Direttrice. Problematica viva tra i carcerati è inoltre quella del senso di colpa nei confronti dei familiari, misto alla vergogna per le accuse dalle quali si è improvvisamente schiacciati. Anche per questo motivo – conferma la Toccafondi – il suicidio è una strada intrapresa dal detenuto prevalentemente durante i primi tempi di detenzione. «I tanti problemi che queste persone si portano dietro quando vengono arrestate – continua – si amplificano all’interno delle strutture penitenziarie e non sempre sono risolvibili da parte degli operatori penitenziari e dei volontari. E c’è sempre il momento in cui il detenuto è solo con se stesso e fa i bilanci della propria vita».
Attraverso i racconti e le testimonianze dei detenuti, ma anche dei visitatori occasionali, la realtà carceraria appare ogni giorno sempre più problematica. Una delle piaghe che affligge il sistema carcerario italiano è certamente quella del sovraffollamento. «Negli anni il carcere è diventato sempre più una discarica sociale, nella quale infilare quei soggetti che la prevenzione e l’intervento sociale non sono più in grado di gestire» conferma. Gli istituti penitenziari sono studiati per ospitare un certo numero di detenuti in relazione alla superficie degli spazi detentivi che ognuno dovrebbe avere a disposizione e che non può essere inferiore a 3 m² ciascuno, comprensivi di arredamenti, generi di abbigliamento e viveri. Partendo da questo parametro si individua la capienza regolamentare. Raddoppiando la capienza regolamentare si ottiene quella tollerabile. «Oltre quella tollerabile – spiega la Dott.ssa – esiste il sovraffollamento disumano che caratterizza attualmente la quasi totalità degli istituti penitenziari. Considerato che la gran parte della giornata è trascorsa in cella, è facile dedurre che spesso non vi è nemmeno la possibilità di muoversi contemporaneamente nella stessa cella, poiché non vi è lo spazio materiale per farlo». Dunque, i problemi di convivenza tra detenuti che inevitabilmente si verificano non possono essere risolti con spostamenti in altre celle, proprio per via dell’assenza di posti disponibili. Ed ecco che aumentano a dismisura gli episodi di autolesionismo, gli atti di aggressione e le liti tra detenuti.
A questo difficile problema si aggiungono poi la grave carenza di personale – specie di polizia penitenziaria – e la progressiva riduzione delle risorse economiche che rendono problematica l’ordinaria amministrazione, la manutenzione delle strutture, dei mezzi, il pagamento delle bollette delle utenze, l’acquisto di prodotti per l’igiene e per le pulizie. Anche i percorsi di rieducazione e reinserimento, difatti, essendo attuati nel territorio, sono sovvenzionati soprattutto dagli enti locali (comuni, province e regioni). Vi è poi tutta una serie di soggetti, dai volontari ai privati, alle cooperative, che offrono collaborazione per l’attuazione di programmi e progetti a cui tutti i detenuti possono liberamente aderire.
Oltre a queste problematiche che potremmo definire esterne, esistono poi quelle interne che apprendiamo grazie alle testimonianze dei detenuti stessi che, col passare degli anni, lamentano sempre più spesso insoddisfazioni, frustrazioni e ingiustizie legate alla vita dietro le sbarre. Carmelo Musumeci, un ergastolano condannato alla cosiddetta “fine pena mai”, attraverso le pagine dei suoi libri e del suo sito internet racconta la mostruosità della vita in carcere, le privazioni, l’isolamento e la brutalità della solitudine. Rivela anche di come lo studio e la lettura riescano a non fare impazzire; di come una semplice biblioteca non rappresenti una finestra sul mondo, bensì il mondo stesso. «Laurearsi, leggere e scrivere sono tre attività considerate normali che invece in carcere sono qualcosa di molto speciale: quasi una riscoperta della vita, perché ti aiutano ad essere un uomo libero anche in gabbia» ha dichiarato il detenuto. Bisogna considerare, però, che la realtà descritta dai carcerati è accentuata dalla disperazione, da quel vuoto incolmabile che sembra non lasciare mai tregua. Cerchiamo allora di chiarirlo una volta per tutte: a quali benefici e libertà devono rinunciare rispettivamente ergastolani e “comuni” detenuti? Nonostante quello che si sente raccontare in giro, in Italia vi è la certezza della pena; quella che può essere considerata flessibile è l’esecuzione della pena stessa, nel senso che il nostro ordinamento prevede che in presenza di certe condizioni giuridiche e comportamentali ci sia la possibilità di accedere a misure alternative alla detenzione in carcere. «Si parla di affidamento ai servizi sociali, di semilibertà, di detenzione domiciliare, di liberazione condizionale: misure che possono essere concesse a detenuti che abbiano certe caratteristiche e che si siano impegnati durante la detenzione in percorsi di recupero e di revisione critica delle scelte devianti. Questi benefici possono essere applicati anche agli ergastolani che abbiano comunque scontato un certo numero di anni di pena» precisa la Toccafondi, smentendo fermamente alcune verità provenienti dall’interno. «Gli unici detenuti che vivono in condizione di quasi totale isolamento – continua – sono i capi di organizzazioni mafiose e terroristiche. Soggetti del calibro di Totò Riina o di Nitto Santapaola per intenderci, la cui necessità di tenerli in condizione di isolamento nasce dall’esigenza di evitare che anche in carcere riescano a fare proseliti e ad aumentare la loro sfera d’azione, oltre che di mantenere i contatti con i componenti dell’associazione che sono detenuti e anche quelli che sono ancora in libertà».

Giusy Del Salvatore

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