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		<title>La cultura e le culture: fare l’Erasmus deve essere un’occasione</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 09:32:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[25 anni fa nasceva il progetto Erasmus, finalizzato a mettere in relazione studenti di varie nazionalità, dandogli l’opportunità di trascorrere un periodo di alcuni mesi in un ateneo di un’altra nazione. I bilanci – almeno quelli numerici – sono positivi. L’anno accademico 2010/2011 ha registrato 231mila adesioni e tre nostri atenei (Bologna, Firenze e La Sapienza di Roma) risultano nei primi dodici posti nella classifica delle “mete” più gettonate dagli universitari esteri.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="float: right; padding: 5 5;"><script type="text/javascript">// <![CDATA[
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<p style="text-align: justify;">25 anni fa nasceva il progetto Erasmus, finalizzato a mettere in relazione studenti di varie nazionalità, dandogli l’opportunità di trascorrere un periodo di alcuni mesi in un ateneo di un’altra nazione. I bilanci – almeno quelli numerici – sono positivi. L’anno accademico 2010/2011 ha registrato 231mila adesioni e tre nostri atenei (Bologna, Firenze e La Sapienza di Roma) risultano nei primi dodici posti nella classifica delle “mete” più gettonate dagli universitari esteri.<br />
Fare l’Erasmus è sicuramente un’occasione da non sottovalutare. In un mercato del lavoro ormai globale, in una cultura che pretende, come fattore di sapere, la conoscenza di più lingue, non può che essere una fonte di arricchimento personale. E poi c’è la cultura. Conoscere la realtà di un altro Paese, anche europeo, non è cosa da poco. Lo scambio, il confronto, il cibo, le abitudini, l’università, le iniziative: tutti elementi che devono diventare parte del bagaglio interiore del “viaggiatore”.<br />
Purtroppo, a volte, si corre il rischio di trasformare l’Erasmus in una vacanza, perdendo molti tratti dell’esperienza formativa. È chiaro che dipende dallo studente. Non credo sia la cosa migliore fare l’Erasmus come se si trattasse di una gita fuori porta, di una pausa dallo studio. Anzi, proprio quest’ultimo e il confronto serie e diretto con i professori dell’università di destinazione possono – e forse devono – rappresentare il sale di questa esperienza.</p>
<p align="right">Marco Papasidero</p>
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		<title>21 e 2011: due numeri, un album e una star di nome Adele</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[adele]]></category>
		<category><![CDATA[album di adele 2011]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia breve ma intensa di una voce che arriva dritta al cuore con un tocco dolce ma al tempo stesso graffiante, come un pugno di sabbia sul viso in una giornata di vento. E un album dai mille colori, “21”, che sta segnando la storia della musica leggera in UK e non solo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>La storia breve ma intensa di una voce che arriva dritta al cuore con un tocco dolce ma al tempo stesso graffiante, come un pugno di sabbia sul viso in una giornata di vento. E un album dai mille colori, “</em>21<em>”, che sta segnando la storia della musica leggera in UK e non solo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="album di Adele 2011" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/album-di-adele-2011.jpg" alt="" width="344" height="344" />Ascoltando l’ultimo album di Adele, uscito nel gennaio del 2011 e ancora in vetta alle classifiche di tutto il mondo, si ha l’impressione di assaporare l’opera di un’artista matura, con alle spalle decenni di carriera approdati in un album riassuntivo dei cambi di stile e di vocalità che, non più così frequentemente, fanno parte del percorso di un cantante. Eppure, Adele Laurie Blue Adkins (questo il nome completo della cantante britannica) ha da poco compiuto soltanto ventiquattro anni ed è considerata, sul podio con Duffy ed Amy Winehouse, una delle maggiori esponenti della nuova generazione del soul bianco. Ella Fitzgerald ed Etta James sono state le muse ispiratrici degli esordi di Adele che, a quattordici anni, si iscrisse alla Brit School of Music di Croydon e a diciotto iniziò a far conoscere la sua musica attraverso MySpace, uno dei primi social network musicali a livello internazionale. “<em>21” </em>arriva dopo <em>“19”</em>, disco di debutto della giovane artista pubblicato nel 2008 e contenente la hit <em>Chasing Paviments</em>. Una scelta curiosa ma motivata, quella di intitolare i propri album con semplici numeri che si riferiscono all’età di Adele nel periodo durante il quale sono state scritte le canzoni che li compongono.</p>
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<p style="text-align: justify;">I testi di “<em>21”</em>, album quasi del tutto autobiografico, sono impregnati di una femminilità al tempo stesso fresca e matura, oltre che decisa. Una femminilità che, oltre al coinvolgimento di brani come <em>Rolling in the deep </em>e <em>Rumourhasit, </em>si fa anche portatrice di messaggi positivi che riguardano, appunto, le donne. Canzoni come <em>He won’t go</em> contengono tutta la forza e la determinatezza di una donna disposta a combattere per amore: forza, questa, ben scandita dal ritmo del pezzo. <em>One and only </em>porta con sé l’immagine di una donna che ha paura di amare a causa delle delusioni passate ma che, nonostante questo, trova il coraggio di confessare i propri sentimenti all’uomo con cui vorrebbe intraprendere un lungo percorso di vita; <em>Turningtables</em>, invece, ci mostra una donna decisa a non farsi buttare giù dagli avvenimenti negativi di un rapporto di coppia tormentato, in cui l’uomo in questione cambia di continuo le carte in tavola per non assumersi le proprie responsabilità. Un dolce e malinconico ricordo rende <em>Someonelikeyou</em> un delicato e struggente addio alla persona amata, senza rancori e con un augurio di felicità per la sua nuova vita accanto ad un’altra persona; <em>Lovesong </em>è la bellissima dedica ad un amore che fa sentire in famiglia, che fa sentire puliti e liberi di essere se stessi. Insomma, come si vede, il <em>fil rouge</em> dell’album di Adele uscito nel 2011 è l’amore visto, fondamentalmente, dagli occhi di una donna forte. L’ascolto e la lettura dei testi di <em>“21” </em>è quasi un toccasana che serve a scuotere chi si lascia risucchiare dalle debolezze: un inno ad affermare la propria personalità senza aver paura dei propri sentimenti. Un inno rivolto alle donne.</p>
<p align="right">Federica Baglieri</p>
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		<title>Ludodipendenza: quando l’ossessione per il gioco diventa una droga, interviene la matematica</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e salute]]></category>
		<category><![CDATA[diego rizzuto]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza dal gioco]]></category>
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		<description><![CDATA[Disperazione, ansia, depressione. Una volta caduti in questo circolo vizioso, uscirne è davvero difficile. Benché l’Italia sia una delle nazioni europee più avvezze al gioco, due matematici torinesi aiutano giocatori patologici e potenziali vittime a comprendere i loschi meccanismi del gioco d’azzardo attraverso formule probabilistiche e casinò itineranti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Disperazione, ansia, depressione. Una volta caduti in questo circolo vizioso, uscirne è davvero difficile. Benché l’Italia sia una delle nazioni europee più avvezze al gioco, due matematici torinesi aiutano giocatori patologici e potenziali vittime a comprendere i loschi meccanismi del gioco d’azzardo attraverso formule probabilistiche e casinò itineranti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Luododipendenza" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/ludodipendenza.jpg" alt="" width="422" height="325" />«Dai ti prego incoraggiami. Mi sento una povera cretina. Tra qualche giorno dirò stop al gioco, ne sono sicura. Aspetto il grande giorno». Frasi strazianti come questa si leggono nei forum dedicati ai giocatori patologici: luoghi anonimi e virtuali in cui ci si incoraggia reciprocamente e ci si sprona affinché comincino i ‘giorni della conta’. Le prime 24 ore sono le più difficili. Arrivare al terzo giorno senza giocare sembra difficilissimo; quando trascorre una settimana senza spendere un centesimo, allora sì che è una grande vittoria. C’è però chi ci ricasca dopo un paio di giorni, spendendo in un lampo i soldi messi da parte e ovviamente ricominciando tutto da capo. C’è chi poi, nella totale disperazione, capisce che forse è il caso di chiedere aiuto. A questo vizio, infatti, si associa spesso quello del bere, fumare o assumere droghe e si innesca così un meccanismo che fa transitare il gioco da un uso ludico–ricreativo ad un’abitudine ossessiva e insostenibile. Per molta gente è difficile ammettere che il gioco possa portare alla rovina.</p>
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<p style="text-align: justify;">È lo stesso criterio di gioco a trarre in inganno perché dal momento in cui nasciamo, giocare costituisce fonte di sfogo o divertimento e non di pericolo. Chi ha cercato di tendere una mano ai giocatori italiani sono il fisico Diego Rizzuto e il matematico Paolo Canova, entrambi torinesi e studiosi delle metodiche del gioco d’azzardo, con il progetto “Fate il Nostro Gioco”. In questi anni, attraverso un mix di matematica, curiosità e sorrisi, i due hanno creato maggiore consapevolezza in questo campo che naviga null’ignoranza delle leggi che governano il caso. Con un gruppo di collaboratori, infatti, incontrano studenti e professori, tengono conferenze ed incontri presso le ASL o nelle comunità, interagendo direttamente con i giocatori patologici. Sul loro sito <a href="http://www.fatelinostrogioco.it">www.fatelinostrogioco.it</a> è facilmente comprensibile come l’aumento del volume di gioco proposto dallo Stato Italiano abbia creato un danno sociale tra le classi meno abbienti. Basti solo pensare che in piena crisi economica nessun settore ha fruttato tanto quanto quello del gioco d’azzardo – i sondaggi e i dati Istat parlano chiaro: nel 2010 l’Italia è stata tra le prime tre nazioni al mondo in tema di giocate, con all’incirca 61 miliardi di euro di puntate. Diego e Paolo a tal proposito, hanno allestito la mostra-conferenza interattiva itinerante ”To bet or not to bet – Fate il nostro gioco” il cui casinò, trasportato in varie città italiane, propone un percorso in cui il visitatore acquisisce familiarità col calcolo delle probabilità senza dover assimilare formule matematiche, ma giocando le sue fiches alla roulette o al blackjack, scommettendo ai dadi, abbassando la leva della slot o addirittura acquistando un Gratta e Vinci o un Win for Life. «Il gioco d’azzardo è una droga dilagante – mi spiega Diego – Nessun giocatore ha la percezione delle reali probabilità di vincere o di perdere». Ma noi sappiamo bene che la matematica non è un’opinione. Durante le loro simulazioni ad esempio, Diego e Paolo illustrano come la probabilità di vincere al Win For Life non sia il 50% (10 numeri su 20), né l’80% (8 punteggi sono quelli che fanno vincere: 0, 1, 2, 3, 7, 8, 9, 10, solo 3 quelli che fanno perdere: 4, 5 e 6), ma inferiore al 20%. E se si escludono i casi di “pareggio” (importo della vincita uguale a quello della giocata), la percentuale si abbassa a circa il 2%! Diego mi spiega che solo in Italia i giocatori patologici sono all’incirca 700.000 e che nei prossimi anni lo Stato rischierà di spendere in cure esattamente quanto in questi anni ha guadagnato dal gioco. La cosa tragica è che mentre le strutture sanitarie si attrezzano con ambulatori destinati ai ludodipendenti, il governo aumenta contemporaneamente le proposte di gioco che risultano sempre più allettanti. È per questo che loro svelano i segreti del gioco, ossia quei calcoli che fanno i matematici incaricati di creare nuovi giochi e che ovviamente nella maggior parte dei casi fanno perdere il giocatore. Diego è schietto: «Non siamo nemici del gioco. Si può giocare, ma con una buona cultura alle spalle e con tanta consapevolezza. È come per il bere: tutti sappiamo che bere tanto fa male. Ecco, noi alla quotidiana sbronza con vino scadente, preferiamo di gran lunga un buon bicchiere ogni tanto». La verità, purtroppo, è sempre la stessa e per di più è sotto gli occhi di tutti: vince solo chi organizza il gioco e non è possibile, per quanto ci si possa sforzare, scoprire il “fortunato stratagemma” che assicura l’agognata vittoria.</p>
<p style="text-align: right;">                                                                                                         Giusy Del Salvatore</p>
<p>Foto: <a href="http://www.flickr.com/photos/austinfausto/1416090688/sizes/z/in/photostream/">http://www.flickr.com/photos/austinfausto/1416090688/sizes/z/in/photostream/</a></p>
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		<title>Bosnia ed Erzegovina: confine tra Oriente ed Occidente. Una divagazione sui ponti di Mostar, Sarajevo e Višegrad</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La terra di Bosnia ed Erzegovina è costellata di monti e fiumi ma soprattutto profonde gole che, per essere oltrepassate, hanno bisogno di ponti come quello di Mostar, come il Ponte Latino o il Ponte Mehmed Paša Sokolović di Višegrad, collegamenti che superano i confini della natura per far avvicinare gli uomini. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>La terra di Bosnia ed Erzegovina è costellata di monti e fiumi ma soprattutto profonde gole che, per essere oltrepassate, hanno bisogno di ponti come quello di Mostar, come il Ponte Latino o il Ponte Mehmed Paša Sokolović di Vi</em><em>š</em><em>egrad</em><em>, collegamenti che superano i confini della natura per far avvicinare gli uomini. </em></p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 580px"><img title="Il ponte Mehmed Paša Sokolović, a Višegrad, di cui si narra in un famoso romanzo di Ivo Andrić." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/mostar/1.jpg" alt="Il ponte Mehmed Paša Sokolović, a Višegrad, di cui si narra in un famoso romanzo di Ivo Andrić." width="570" height="381" /><p class="wp-caption-text">Il ponte Mehmed Paša Sokolović, a Višegrad, di cui si narra in un famoso romanzo di Ivo Andrić.</p></div>
<p style="text-align: justify;">«Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini non potevano superare i burroni e gli abissi per svolgere le loro attività, e si tormentavano, si guardavano e si chiamavano invano vicendevolmente da una sponda all&#8217;altra, al di sopra di quei punti spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 424px"><img title="Il Ponte di Mostar, o Stari Most, sulla verde Neretva, ricostruito dopo che le granate del 9 novembre 1993 lo fecero saltare in aria." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/mostar/2.jpg" alt="Il Ponte di Mostar, o Stari Most, sulla verde Neretva, ricostruito dopo che le granate del 9 novembre 1993 lo fecero saltare in aria." width="414" height="310" /><p class="wp-caption-text">Il ponte di Mostar, o Stari Most, sulla verde Neretva, ricostruito dopo che le granate del 9 novembre 1993 lo fecero saltare in aria.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Per questo, dopo la fontana, la più grande buona azione è costruire un ponte», così scrive Ivo Andrić nel suo romanzo più famoso,<em> Il ponte sulla Drina. </em>Non può aver ragioni migliori lo scrittore Premio Nobel per la letteratura. Il ponte di cui parla nel suo libro è quello di Višegrad, costruito nel XVI secolo su volere del gran visir Mehmed Paša Sokolović. Teatro di numerose leggende, su tutte quella secondo cui uno dei guardiani ci finì murato e ancora oggi se ne odono i lamenti nelle notti di vento, il ponte fu un&#8217;opera grandiosa per collegare le due sponde della Drina, fino ad allora solcate da un precario battello. Durante vari scontri di religione si trovò calpestato da Turchi, Serbi, Bosniaci, Austriaci, Ungheresi. Venne gravemente danneggiato durante le due Guerre Mondiali e fece da tragico scenario al massacro di Višegrad durante la guerra che portò alla dissoluzione della Jugoslavia. Da allora fu sempre ricostruito con caparbietà, dal 2007 è Patrimonio dell&#8217;Unesco ed è sempre il gran vanto degli abitanti che ancora si ritrovano a chiacchierare “alla porta”, il punto più largo del ponte, oggi come allora fondamentale snodo tra Oriente ed Occidente.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 453px"><img title="Una veduta notturna del ponte di Mostar, voluto da Solimano il Magnifico e ricostruito dopo la guerra in Bosnia ed Erzegovina con un misto di strutture moderne e tecniche medievali." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/mostar/3.jpg" alt="Una veduta notturna del ponte di Mostar, voluto da Solimano il Magnifico e ricostruito dopo la guerra in Bosnia ed Erzegovina con un misto di strutture moderne e tecniche medievali." width="443" height="293" /><p class="wp-caption-text">Una veduta notturna del ponte di Mostar, voluto da Solimano il Magnifico e ricostruito dopo la guerra in Bosnia ed Erzegovina con un misto di strutture moderne e tecniche medievali.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il Ponte Latino di Sarajevo venne edificato in epoca ottomana e più volte ricostruito a causa del normale degrado del legno e, quando fu riproposto su solide fondamenta di pietra, a causa delle alluvioni. I lavori furono finanziati da un facoltoso pellettiere di origini turche nel XVI secolo per poter scavalcare la Miljacka, il fiume che corre lungo tutta la città. Nel secolo scorso fece da palcoscenico ad uno dei momenti più importanti della storia: l&#8217;assassinio dell&#8217;erede al trono di Austria-Ungheria da parte di uno studente, Gavrilo Princip (a cui durante l&#8217;era titina fu intitolato il ponte), episodio che fece da detonatore alla Grande Guerra. Il Ponte Latino fece inoltre da via di fuga durante l&#8217;interminabile assedio degli anni Novanta, per coloro che correvano lungo la tristemente nota Via dei Cecchini. In quella zona della città si respira ancora oggi un&#8217;aria inquieta, come se quel composto di pietre e gesso da cui è costituito il ponte avesse incamerato tutta la sua tragica storia e ne rilasciasse poco per volta qualche esalazione, qualche piccola particella.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 449px"><img title="Il ponte Latino, a Sarajevo, chiamato anche ponte Gavrilo Princip, lo studente che nel 1914 vi assassinò l'erede al trono dell'Impero d'Austria ed Ungheria." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/mostar/4.jpg" alt="Il ponte Latino, a Sarajevo, chiamato anche ponte Gavrilo Princip, lo studente che nel 1914 vi assassinò l'erede al trono dell'Impero d'Austria ed Ungheria." width="439" height="290" /><p class="wp-caption-text">Il ponte Latino, a Sarajevo, chiamato anche ponte Gavrilo Princip, lo studente che nel 1914 vi assassinò l&#39;erede al trono dell&#39;Impero d&#39;Austria ed Ungheria.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Lo Stari Most, o più comunemente Ponte di Mostar, è uno dei simboli più conosciuti dei Balcani, il suo spettacolare arco si staglia tra le 2 torri <em>Mostari</em> (custodi del ponte) sulla valle della Neretva ad un&#8217;altezza che ne esalta la curvatura esasperata. Dall&#8217;alto dei sui 25 metri, d&#8217;estate si tuffano alcuni temerari ragazzi per conquistare le donzelle, come dicono, o più semplicemente per racimolare qualche moneta. I colori della cittadella giocano sui toni della pietra e del legno, dell&#8217;acqua e del sudore, sublimando il tutto in un&#8217;opera di una bellezza struggente. La costruzione voluta dal Sultano Solimano il Magnifico nel 1557 venne conclusa in nove anni, collegando così le impervie sponde della fredda Neretva. Mostar era crocevia e unione dei mondi orientale e occidentale. Lo fu fino al 9 novembre 1993, quando, durante la guerra che portò alla dissoluzione del sogno jugoslavo, colpi di artiglieria croata fecero saltare il ponte, già ampiamente danneggiato dalle granate serbe. Il Ponte, fino ad allora simbolo universale di apertura, giaceva in pezzi sul fondo della Neretva, dove forse il frastuono della Guerra si sente un po&#8217; meno. Nel 2004 è stato inaugurato il Nuovo Vecchio Ponte di Mostar, patrimonio dell&#8217;Unesco, ricostruito con un misto di tecniche medievali e moderne.<br />
Come è una buona azione costruire un ponte lo è il raccogliere i pezzi e ricostruirlo, o forse lo è di più, perché così possiamo camminare sulle ali di un angelo che prima giaceva esangue sul letto del fiume.</p>
<p align="right">                                               Igor Bortoluzzi</p>
<p>Foto: © Igor Bortoluzzi – Tempovissuto</p>
<p>Foto 1:  http://www.unlikelytraveler.com/</p>
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		<title>Un conforto agli incurabili</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Scienza e salute]]></category>
		<category><![CDATA[Columbia University di New York]]></category>
		<category><![CDATA[comfort care]]></category>
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		<category><![CDATA[curare]]></category>
		<category><![CDATA[Elvira Parravicini]]></category>
		<category><![CDATA[hospice neonatale]]></category>

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		<description><![CDATA[La testimonianza di Elvira Parravicini che ha fondato un hospice neonatale per confortare e, dove possibile, curare bambini con gravi patologie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong><em>La testimonianza di Elvira Parravicini che ha fondato un </em>hospice<em> neonatale per confortare e, dove possibile, curare bambini con gravi patologie.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="un conforto agli incurabili" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/un-conforto-agli-incurabili.jpg" alt="" width="374" height="249" />Come curare gli incurabili? Come capire quando non c’è più nulla da fare? Sono domande che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è posto, imbattendosi in storie di bambini mai nati o che forse, per qualcuno, non sarebbero dovuti nascere. Per Elvira Parravicini, <em>Associate Professor</em> presso la “Terapia Intensiva Neonatale” alla <em>Columbia University</em> di New York, “c’è sempre qualcosa da fare”, come ha affermato recentemente in un suo intervento a Modena. Ma facciamo un passo indietro.<br />
Il 26 ottobre 2011 le è stato consegnato a Modena il premio e <em>lectio magistralis</em> Enzo Piccinini, in memoria del coraggioso medico modenese e rivolto a “personalità del mondo della sanità e dell’educazione, che con il loro impegno hanno saputo generare realtà di accoglienza, cura, assistenza ed educazione e che possono essere di esempio per tutti”. Elvira dal 2006 fa parte del gruppo di medici che si occupa di diagnosi prenatali presso la <em>Columbia University</em> di New York, dove ha fondato il primo <em>hospice</em> per bambini neonati venuti al mondo troppo prematuri, affetti da sindromi letali o anomalie, che quasi sempre ne impediscono la sopravvivenza. «Il prendermi cura dei piccoli prematuri — ha affermato in un articolo pubblicato di recente su <em>IlSussidiario.net</em> — è sempre stato e continua ad essere un dramma, ogni volta. Nello stesso tempo, lavorando con piccoli pazienti tra la vita e la morte, faccio sempre un’esperienza di bellezza, sia che con la rianimazione riesca a salvare la vita, sia che mi debba confrontare con l’estremo limite umano che si chiama morte, perché c’è un significato anche lì». Ma come è nato l’<em>hospice</em>? «Non è partito da un progetto, da un’idea, — ha affermato al ritiro del premio — ma praticamente mi è stato proposto dalla realtà stessa.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Un certo giorno, nel 2006, furono presentati due casi di due gravidanze, due mamme, che aspettavano ciascuna un bimbo con trisomia 18, una patologia incompatibile con la vita, o compatibile con una vita molto molto breve. E mi ricordo che ci fu un’accesa discussione rispetto al fatto che queste donne non avevano voluto abortire per cui c’era il problema della gestione dei loro bimbi alla nascita. Allora molto semplicemente alzai la mia mano e mi offrii di prendermi cura di loro alla nascita». È stato l’inizio del <em>comfort care</em>. Dal 2006 ad oggi ha seguito circa una cinquantina di bambini diagnosticati in condizioni terminali. Essere accolto, essere tenuto al caldo, essere idratato e nutrito sono i capisaldi del <em>comfort care</em>, che mira a dare conforto e pone al centro i bisogni primari di ogni bambino. Tante sono le vicende che le sono rimaste nel cuore, ma in particolare l’incontro con quei genitori appena sedicenni che hanno deciso di far nascere le loro gemelline siamesi di appena 29 settimane, unite al torace e con un unico cuore. Alla nascita, il padre le ha prese in braccio e lavate, con una cura e un amore da far commuovere i presenti, anche quelli che non capivano la loro decisione di metterle al mondo. «È stato un momento di bellezza — ha raccontato —, perché attraverso questo padre ho visto la vittoria dell’amore sulle diagnosi prenatali, al di sopra delle anomalie e della morte».</p>
<p style="text-align: right;"> Erika Elleri</p>
<p>Foto: <a href="http://www.flickr.com/photos/wallyg/1023775360/sizes/z/in/photostream/">http://www.flickr.com/photos/wallyg/1023775360/</a></p>
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		<title>Conversando sul filo della memoria, Anna Maria Ortese in “Corpo celeste”</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri & Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[anna maria ortese]]></category>
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		<description><![CDATA[Anna Maria Ortese, in “Corpo celeste”, scrive una miscellanea di ricordi e riflessioni sulla vita e sul mestiere di scrivere, rimarcando la necessità di esprimere il proprio pensiero, la propria visione delle cose, più che seguire le leggi di un mercato che, sovente, mortifica un più ampio respiro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Anna Maria Ortese, in “Corpo celeste”, scrive una miscellanea di ricordi e riflessioni sulla vita e sul mestiere di scrivere, rimarcando la necessità di esprimere il proprio pensiero, la propria visione delle cose, più che seguire le leggi di un mercato che, sovente, mortifica un più ampio respiro.</em></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 200px"><img title="Anna Maria Ortese, Corpo celeste" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/anna-maria-ortese-corpo-celeste.jpg" alt="Anna Maria Ortese, Corpo celeste" width="190" height="317" /><p class="wp-caption-text">Anna Maria Ortese, Corpo celeste</p></div>
<p style="text-align: justify;">“Corpo Celeste” (Adelphi, 1996) è l’ultima pubblicazione di Anna Maria Ortese e raccoglie due memorie e tre interviste scritte nel periodo compreso tra il 1974 e il 1989. Dopo una breve introduzione dell’autrice stessa che racconta “la storia di un piccolo libro”, Anna Maria Ortese, con un tono quasi intimistico, dipana il suo pensiero sulla sua istintiva passione per l’arte di scrivere e sui fatti del mondo. Scrittrice autodidatta, poco compresa forse perché non chiaramente collocabile rispetto allo stile e la poetica, l’Ortese rivela, attraverso queste ultime pagine, un animo incantato di fanciullo che guarda al mondo fra un misto di stupore e di doloroso straniamento. La vita che Anna Maria Ortese coglie è ostile nel suo misto di superficialità, di dolore inflitto e di dure leggi di mercato dove tutto ha un prezzo e un cartellino, ma il suo pensiero non è solo riflessione teorica rispetto a quel che vede e la circonda, ma anche vissuto diretto e bruciante sulla sua stessa pelle. Sono note le difficoltà e le ristrettezze che la scrittrice ha incontrato nella sua vita senza tuttavia perdere quel fuoco interiore che, nonostante gli scarsissimi studi, la spingeva a scrivere per necessità di esprimersi e, forse, per superare un poco quel male di vivere che la sua natura troppo sensibile avvertiva costantemente. Perché Anna Maria Ortese in “Corpo celeste” dice: «Scrivere è cercare la calma e qualche volta trovarla … è tornare a casa», e ancora, rilevando l’importanza di scrivere per esprimere davvero il proprio pensiero e avere perciò “il respiro della libertà”, rimarca che «… chi scrive solo per sé rientra a casa, sta bene … chi scrive solo su comando, per ragioni pratiche, è sempre fuori casa, anche se ne ha molte&#8230; è un povero e rende la vita più povera».</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Nelle interviste resta costante il messaggio di serenità e di amore per quel respiro più ampio che ogni uomo dovrebbe poter vivere. Perché la terra su cui noi viviamo è davvero un “Corpo Celeste”<em>, </em>un <em>sovramondo</em> che ci fa appartenere a una dimensione di valori più alti e incontaminati che vanno riaffermati; perché per Anna Maria Ortese in “Corpo celeste” una delle cose peggiori oltre la violenza, il mentire, il tradire è: «… il corrompere, il far morire la fiducia e la speranza. Questo, oggi, si fa con i giovanissimi, con i bambini stessi … a quaranta, cinquant’anni … nessuno ricorda se stesso, da bambino o da ragazzo e cosa si aspettava, a buon diritto, dalla vita: indicazioni, aiuto, serenità, bontà, il senso delle finestre che si aprono su un’alba di maggio …». In sostanza è questo il messaggio che sottende il libro: se la vita è ingiusta, bisogna superare questo senso di orrore per ricostruire e riappropriarsi del senso della sacralità di una vita che possa chiamarsi davvero <em>umana</em>. Un messaggio che ci dice che quello che conta è: «…crescere sempre, davvero, anche da vecchi…», perché, osserva ancora la scrittrice, «Vivere è … crescere. Sento che occorre un mutamento nel paesaggio. Sento che è fondamentale un mutamento nel cuore».</p>
<p style="text-align: right;">Emanuela Carbonelli</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le ville del Palladio, itinerari tra enogastronomia e navigazione</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[enogastronomia]]></category>
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		<category><![CDATA[turismo dolce]]></category>
		<category><![CDATA[Ville del Palladio]]></category>

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		<description><![CDATA[Da sempre ci affascinano le prestigiose ville del Palladio, simbolo di monumentalità e di stretta connivenza con la natura, del lavoro ma anche della quiete, della pace e della risolutezza. Il fascino che l’architettura palladiana riscuote in tutto il mondo è, infatti, da imputare alle numerose ville rurali progettate per i proprietari terrieri di Venezia e Vicenza. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><em>Da sempre ci affascinano le prestigiose ville del Palladio, simbolo di monumentalità e di stretta connivenza con la natura, del lavoro ma anche della quiete, della pace e della risolutezza. Il fascino che l’architettura palladiana riscuote in tutto il mondo è, infatti, da imputare alle numerose ville rurali progettate per i proprietari terrieri di Venezia e Vicenza. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Ville del Palladio" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/ville-del-palladio-1.jpg" alt="" width="255" height="383" />Le ville del prestigioso architetto Palladio riuniscono, fin dalla genesi della fase progettuale, le esigenze pratiche per la gestione della proprietà agricola e le richieste estetiche ricreative del proprietario, che spesso le utilizzava come rifugio dalla vita cittadina. Anche per questo motivo sono un fenomeno che cattura continuamente l’interesse autoctono e straniero, con la riproposizione di itinerari palladiani o di tour organizzati delle famigerate ville di Palladio. In particolare, per quando riguarda quelle che sorgono sulla Riviera del Brenta (da Padova in direzione di Venezia e viceversa), si sta cercando (con una frenesia sempre più attuale) di rivalutare il territorio locale con una possibile fruizione di questi itinerari da parte di un turismo dolce, per esempio con la navigazione organizzata lungo il Brenta (con delle motonavi o dei battelli) che preveda la sosta e la visita nei maggiori punti di interesse. Questa tendenza si manifesta con sempre maggior successo anche per quanto riguarda l’interesse dimostrato dalle numerose imprese locali nei confronti di un paesaggio sempre più ricercato e desiderato. Non è, infatti, difficile trovare sconti e convenzioni con alloggi e ristoranti, soprattutto per quanto riguarda il campo dell’enogastronomia.<img class="alignright" style="margin: 10px;" title="Polenta e schie" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/ville-del-palladio-2.jpg" alt="" width="290" height="217" /><br />
Lungo la Riviera del Brenta si può, infatti, assaggiare una varietà impressionante di pesci e crostacei: dalle cappe sante, alle canocchie (“canoce”), ai moscardini, le uova di seppia, le vongole, le schie, le famigerate “sarde in saor”, i tartufi di mare; per non parlare della deliziosa qualità del rombo, dell’anguilla, del baccalà e del branzino cotto al sale. Sono inoltre famosi i risotti tipici con il radicchio rosso di Treviso, con la zucca, i “risi e bisi” (riso con piselli e pomodoro), il risotto con i bruscandoli o con le ortiche; magari accompagnato da un vino del Montello o dei Colli Asolani DOC, e la grappa di Bassano del Grappa. Non è, infatti, un caso che il bel paesaggio, il cosiddetto belvedere, stimoli in un certo grado l’appetito e la sazietà visiva spesso e volentieri si accompagni a quella dell’appetito fisico, desideroso di gustare appieno i sapori autoctoni. Non solo, infatti, il lento fluire del Brenta dona una sensazione di pace dei sensi che ci fa immergere in un paesaggio misterioso e nobile, fatto di quelle ville e quei gioielli dell’architettura che non passano mai di moda, ma anche ci sprona verso un rapporto differente con il territorio, per poterne apprezzare appieno ogni singola parte e ogni prodotto di derivazione locale.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Inoltre il caratteristico raggrupparsi di elementi compositivi nella villa palladiana non riguarda solamente la rinascita architettonica auspicata in quel particolare periodo storico, ma anche la sua correlazione con l’ambiente e l’acqua, con la toponomastica e i campi coltivati. Le ville del Palladio, infatti, non sono separate dalla campagna ma nemmeno dai giardini elaborati, dalle statue, dai giochi d’acqua. Questo ci fa comprendere come, rispetto ad oggi, la stretta relazione di queste costruzioni con l’ambiente circostante sia una caratteristica che forse andrebbe rivalutata, non solo nell’ottica di un maggiore inserimento in quel turismo dolce, poco inquinante, sostenitore del nuovo fenomeno dello <em>slow food</em>; ma anche per un maggior godimento personale delle bellezze che la genialità di architetti e artisti (che ancor oggi possiamo definire moderni nella loro classicità) ha reso fruibili attraverso l’accurato e delicato processo di controllo rispettoso sulla natura che hanno operato.</p>
<p align="right">Franzin Ester</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Foto 1: <a href="http://www.flickr.com/photos/filippogiad/4638827570/">http://www.flickr.com/photos/filippogiad/4638827570/</a><br />
Foto 2: <a href="http://www.flickr.com/photos/interno2/6865558910/">http://www.flickr.com/photos/interno2/6865558910/</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Da Vermeer a Kandinsky: capolavori dai musei del mondo a Rimini</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[castel sismondo]]></category>
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		<description><![CDATA[Una ghiotta scorpacciata di capolavori in una magistrale lezione di Storia dell’Arte, da Vermeer a Kandinsky, e non solo. La mostra, che abbraccia sei secoli, resterà aperta a Castel Sismondo, a Rimini, fino al 3 giugno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong><em>Una ghiotta scorpacciata di capolavori in una magistrale lezione di Storia dell’Arte, da Vermeer a Kandinsky, e non solo. La mostra, che abbraccia sei secoli, resterà aperta a Castel Sismondo, a Rimini, fino al 3 giugno.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Da Vermeer a Kandinsky" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/da-vermeer-a-kandinsky.jpg" alt="" width="455" height="265" />Il percorso della mostra “<a href="http://www.lineadombra.it/da-vermeer-a-kandinsky/la-mostra" target="_blank">da Vermeer a Kandinsky</a>” non si svolge seguendo una linea cronologica, ma guida i visitatori attraverso il principio del “vedere”, sia nel senso del “cosa” vedere che del “come”.<br />
Già dalla prima sala entriamo nello spirito dell’iniziativa grazie all’accostamento tra una delle più famose e fotografiche vedute di Venezia realizzata da Canaletto, e un magnifico paesaggio di Turner, nel suo inconfondibile stile nebbioso fatto di luce.<br />
John Ruskin, famoso critico inglese di epoca vittoriana, nella sua opera <em>Modern Painters</em> così si esprimeva nei confronti del pittore veneziano: «… esercitando la più servile e sciocca imitazione, esso non imita nulla se non la vacuità delle ombre, e ne offre singoli ornamenti architettonici, per quanto esatti e prossimi …», mentre di Turner lodava la singolare capacità «… di rappresentare gli umori della natura in modo emozionante e sincero …». In effetti, il giudizio del critico passava attraverso la lente del Romanticismo e, non da ultimo, da quella della sua lunga e profonda amicizia personale con il pittore. Notoriamente Canaletto, come anche Vermeer, si valse della camera ottica per ottenere lo strabiliante realismo delle sue vedute, un realismo a volte talmente mimetico da mettere in discussione il concetto stesso di arte. In particolare la sua opera si fondava sui principi illuministici e la sua arte era caratterizzata dall&#8217;attenta resa atmosferica, dalla scelta di precise condizioni di luce per ogni particolare momento della giornata, da un&#8217;indagine rigorosamente oggettiva e scientifica della prospettiva e soprattutto del suo valore matematico, da cui il ricorso a strumenti ottici.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Questo esempio ci introduce alle molteplici forme del “vedere”, mirabilmente espresse dai grandi maestri nelle loro opere, e ai complessi apparati teorici che ne hanno guidato l’esecuzione.<br />
Il titolo della mostra, “da Vermeer a Kandinsky”, sintetizza quindi l’itinerario dell’arte occidentale nei suoi diversi modi di affrontare la fenomenologia del vivere, dal rigore scientifico nello scrutare e riprodurre la realtà del mondo esterno, ad una teoria dell’arte astratta, tutta interiore e spirituale, di cui Kandinsky fu l’insigne teorico. Seguendo questo criterio le opere sono state suddivise per generi, come il ritratto o la natura morta, per scuole, come l’Impressionismo, e per epoche, come il XX secolo che chiude la carrellata.<br />
Così, procedendo di sala in sala ci troviamo ad attraversare atmosfere variegate, ricche di profumi e colori, di cui questi grandi maestri hanno saputo permeare i loro capolavori, tracce tangibili di altri luoghi e altri tempi. La giustapposizione di sensibilità e poetiche eterogenee tocca differenti corde dell’animo, ma attraverso le epoche la commozione resta il sottofondo immutabile cui la varietà, a volte capricciosa, del gusto attribuisce sembianze diverse ma ugualmente efficaci.<br />
L’effetto finale è a dir poco di ebbrezza e, probabilmente, i veri appassionati non sapranno resistere alla tentazione di una seconda visita.</p>
<p style="text-align: right;">                                                                                                           Laura Marsano</p>
<p>Foto: <a href="http://www.lineadombra.it/da-vermeer-a-kandinsky/la-mostra">http://www.lineadombra.it/da-vermeer-a-kandinsky/la-mostra</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Segni di cultura di Siria: sarà la fine di una tradizione indelebile?</title>
		<link>http://www.tempovissuto.it/index.php/reportage/cultura-siria/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[reportage-asia]]></category>
		<category><![CDATA[archeologo e antropologo Alberto Savioli]]></category>
		<category><![CDATA[arte del tatuaggio]]></category>
		<category><![CDATA[concetto di bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[cultura di Siria]]></category>
		<category><![CDATA[giovani beduine siriane]]></category>
		<category><![CDATA[I beduini e l’arte del tatuaggio in Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena]]></category>
		<category><![CDATA[tradizione indelebile]]></category>
		<category><![CDATA[tradizione millenaria]]></category>
		<category><![CDATA[valore apotropaico]]></category>

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		<description><![CDATA[L’arte del tatuaggio, insieme di segni e rituale della cultura di Siria, è una tradizione che, contro ogni aspettativa, si avvia alla sua conclusione. Scopriamone i significati attraverso le parole e le immagini presentate dall’archeologo e antropologo Alberto Savioli al Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>L’arte del tatuaggio, insieme di segni e rituale della cultura di Siria, è una tradizione che, contro ogni aspettativa, si avvia alla sua conclusione. Scopriamone i significati attraverso le parole e le immagini presentate dall’archeologo e antropologo Alberto Savioli al Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena.</em></p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 264px"><img title="Donna appartenente alla tribù degli Amur che mostra la forbice, le due linee che si incrociano, alla base della mano appoggiata sul petto." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/siria/1.jpg" alt="Donna appartenente alla tribù degli Amur che mostra la forbice, le due linee che si incrociano, alla base della mano appoggiata sul petto." width="254" height="379" /><p class="wp-caption-text">Donna appartenente alla tribù degli Amur che mostra la forbice, le due linee che si incrociano, alla base della mano appoggiata sul petto.</p></div>
<p style="text-align: justify;" align="right">È iniziato dalla Terra – le aride vallate siriane, tra tempeste di sabbia e dromedari al pascolo in inverno – il viaggio alla scoperta di un’affascinante parte della cultura di Siria, nel quale l’antropologo e archeologo Alberto Savioli ha accompagnato il suo pubblico del Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena  sabato 21 aprile. Ne ha raccontato i dettagli l’incontro, che ha preceduto la mostra, che ha permesso di conoscere alcuni aspetti della cultura beduina e del lungo lavoro di mappatura operato. Si è concluso di fronte al muto linguaggio delle emozioni, immortalate nel tempo ed esposte alla mostra fotografica “I beduini e l’arte del tatuaggio in Siria”, accompagnata da una sensazione di velato dispiacere per quell’annunciata perdita: l’abbandono della pratica del rito del tatuaggio quale segno di bellezza indelebile.<br />
Strumento di miglioramento della propria immagine, al pari del trucco permanente, il tatuaggio era considerato desiderabile per le giovani in età puberale e, se praticato in occasione delle nozze, un ornamento che accresceva l’attrattiva sessuale ma anche il rito di uscita dalla condizione di nubilato. L’arte del tatuarsi è stata parte integrante della cultura in Siria: quella delle diverse tribù di beduini che hanno saputo vivere in una nicchia ecologica estrema sfuggendo all’aridità che regola i loro mobili confini.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 346px"><img title="Anziana della tribù degli Amur che, sul mento, usano tatuare tralci stilizzati del mondo vegetale." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/siria/2.jpg" alt="Anziana della tribù degli Amur che, sul mento, usano tatuare tralci stilizzati del mondo vegetale." width="336" height="224" /><p class="wp-caption-text">Anziana della tribù degli Amur che, sul mento, usano tatuare tralci stilizzati del mondo vegetale.</p></div>
<p style="text-align: justify;" align="right">Grazie a queste pazienti ricerca e analisi, oggi possiamo ammirare un’arte di tradizione millenaria immortalata nelle fotografie: impressioni che proteggeranno la ricorrente eterogeneità dei simboli – disegnati sulla pelle attraverso aghi battuti a ritmo veloce dalle <em>daqqaqa</em>, le tatuatrici – anche nel futuro.<br />
Soprattutto donne – meno diffusa la pratica tra gli uomini – segnate dallo scorrere del tempo che, dopo la necessaria confidenza, hanno accettato di mostrare i loro segni sul corpo, pur non conoscendone talvolta l’esatto significato. Spesso legati alla Terra, i loro tatuaggi riprendono le incisioni rupestri distribuite in Arabia del Nord, gli oggetti di uso quotidiano e spesso possiedono anche valore di protezione e rafforzamento delle stesse porzioni corporee che vanno a decorare.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 382px"><img title="Donna appartenente alla stessa tribù degli Amur che, oltre ai tatuaggi, tra cui il crescente di luna sulla fronte, possiede denti d’oro, altro segno di abbellimento." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/siria/3.jpg" alt="Donna appartenente alla stessa tribù degli Amur che, oltre ai tatuaggi, tra cui il crescente di luna sulla fronte, possiede denti d’oro, altro segno di abbellimento." width="372" height="249" /><p class="wp-caption-text">Donna appartenente alla stessa tribù degli Amur che, oltre ai tatuaggi, tra cui il crescente di luna sulla fronte, possiede denti d’oro, altro segno di abbellimento.</p></div>
<p style="text-align: justify;" align="right">Circa duecentocinquanta i segni raccolti nella mappatura. Blu e verde sono le tonalità preferite, il cui pigmento «veniva ottenuto dalle parti bruciate delle pentole e degli utensili di cucina, dagli avanzi del focolare in cui si era bruciato legno, oppure carbonizzando erbe, stoffe o altre sostanze (…), che venivano mescolate con polvere da sparo, kerosene ma anche latte umano, (…) oppure con una pasta ottenuta polverizzando una foglia fresca di rapa bianca (…) o aggiungendo indaco alla tintura usata nell’operazione» – scrive e racconta Savioli. Tra i tanti motivi decorativi, l’elemento della gazzella, unico animale rappresentato nei tatuaggi del volto, che significa bellezza e che ritroviamo anche nel detto beduino secondo cui «una ragazza bella ha il collo di gazzella». Il pettine, che districa i nodi e le linee raggiate, simili a forbici che, così come il triangolo, respingono il male, possedendo valenza apotropaica di difesa dal <em>malocchio</em>; le spighe di grano ai lati della bocca e il crescente di luna, il più comune motivo tatuato sulla fronte.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 388px"><img title="Ragazza della tribù dei Duleim, tatuata con il motivo decorativo apotropaico con finalità protettiva detto siyala cioè “la fluida”." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/siria/4.jpg" alt="Ragazza della tribù dei Duleim, tatuata con il motivo decorativo apotropaico con finalità protettiva detto siyala cioè “la fluida”." width="378" height="253" /><p class="wp-caption-text">Ragazza della tribù dei Duleim, tatuata con il motivo decorativo apotropaico con finalità protettiva detto siyala cioè “la fluida”.</p></div>
<p style="text-align: justify;" align="right">L’apparente non-senso di questa perdita, già in corso, è legato allo stesso concetto di bellezza che muta nel tempo. «Oggi questa pratica millenaria ha perso la sua valenza, il tatuaggio non viene più considerato una forma di abbellimento e per questo non viene più fatto», scrive l’esperto.<br />
Le giovani beduine siriane non si tatuano più, o quasi, e così – come fu per le nostre nonne che non imposero la gonna al ginocchio alle nipoti quando il tempo ne aveva già ristretto (anche di molto) la lunghezza – le vediamo posare accanto alle parenti più anziane, sorridenti nei loro visi e mani riccamente decorati.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 348px"><img title="Giovane non tatuata della tribù degli Hadidiyn il cui volto, privo di segni, è esempio della progressiva scomparsa della pratica del tatuaggio tra le beduine siriane." src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/siria/5.jpg" alt="Giovane non tatuata della tribù degli Hadidiyn il cui volto, privo di segni, è esempio della progressiva scomparsa della pratica del tatuaggio tra le beduine siriane." width="338" height="226" /><p class="wp-caption-text">Giovane non tatuata della tribù degli Hadidiyn il cui volto, privo di segni, è esempio della progressiva scomparsa della pratica del tatuaggio tra le beduine siriane.</p></div>
<p style="text-align: justify;" align="right">Pensare che la gravità del danno di una simile perdita, che si stima definitiva in circa vent’anni, sia stata preventivamente evitata da questo lavoro di ricostruzione che ne proteggerà il valore nella memoria, fa lasciare la mostra apprezzandone ancora di più il valore inestimabile. Queste immagini, presenti e passati reali che ci guardano e ci osserveranno, forniranno all’Umanità la presenza, sicura e indelebile, di quei segni per sempre.</p>
<p align="right">Beatrice Sartini</p>
<p>Foto: © Alberto Savioli</p>
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		<title>Benessere Interno Lordo, la misura della soddisfazione collettiva</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Benessere Interno Lordo (B.I.L.) considera come indicatori del livello di soddisfazione collettiva elementi di più ampia portata rispetto alla mera componente economica. Il Benessere viene così inquadrato più come essere nel bene che quale stare nei beni. Anche la crisi economica può allora divenire opportunità di sviluppo, inducendo al cambiamento positivo. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Il Benessere Interno Lordo (B.I.L.) considera come indicatori del livello di soddisfazione collettiva elementi di più ampia portata rispetto alla mera componente economica. Il Benessere viene così inquadrato più come essere nel bene che quale stare nei beni. Anche la crisi economica può allora divenire opportunità di sviluppo, inducendo al cambiamento positivo. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="benessere interno lordo" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/BENESSERE-INTERNO-LORDO.jpg" alt="" width="354" height="265" />La via d’uscita dall’attuale crisi finanziaria sembrerebbe passare necessariamente attraverso l’abbinamento di un sostantivo e un aggettivo, divenuto una sorta di mantra mediatico: “crescita economica”.Quest’ultima è misurata prendendo come riferimento unicamente indicatori economici. Quello più utilizzato è il Prodotto interno lordo (P.I.L<em>.</em>)<em>,</em> il valore totale di beni e servizi di un Paese. Una sorta di deformazione professionale sembra però condurre studiosi e statisti a identificare il benessere dei cittadini unicamente con la soddisfazione di tipo economico. Ma è proprio così? Non sarebbe preferibile affiancare al concetto di P.I.L. altri metodi di misurazione della gratificazione collettiva? In maniera più o meno “sotterranea”, da qualche tempo circola anchela teorizzazione di politiche che mirino al <em>Benessere Interno Lordo (B.I.L.).</em>Già nel 2008 il presidente francese <em>Nicolas Sarkozy </em>istituì una commissione guidata dall’economista Joseph Stiglitz, che riconobbecome il fattore economico poteva non essere l’unico su cui puntare per il benessere dei cittadini. In seguito, anche l&#8217;Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (<em>O.C.S.E</em>.) ha considerato concetti riconducibili al <em>Benessere Interno Lordo</em> come correttivi del P.I.L., utilizzando indicatori di qualità e non solo di quantità. Ad esempio, l’istruzione, la sanità, la tutela ambientale, la partecipazione alla vita politica, i rapporti sociali, la qualità e quantità delle attività personali. Il concetto di “decrescita felice” dell’accademico francese <a href="http://www.tempovissuto.it/index.php/economia/la-pesante-leggerezza-di-serge-latouche-agnostico-credente-della-crescita-economica/" target="_blank"><em>Serge Latouche</em></a>,  contrapposto alla crescita “infelice” del P.I.L., sembra fatto apposta per andare a braccetto con una politica di amplificazione del <em>Benessere Interno Lordo</em>. Anche in anni ben distanti dai giorni nostri, Oltreoceano, qualcuno ha avanzato dubbi sul dogma del Prodotto interno lordo. «Il P.I.L. misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Il <em>P.I.L.</em> comprende anche l&#8217;inquinamento dell&#8217;aria e cresce con la produzione di missili e di testate nucleari. Non tiene conto della gioia e dei momenti di svago». Filosofeggiare di uno scrittore alternativo? Teorizzazioni di un epigono delle correnti hippy? Non proprio. Si tratta, infatti, di concetti espressi dal senatore <em>Robert Kennedy</em> pochi mesi prima del suo tragico assassinio. Parole “rivoluzionarie”, se si pensa che a pronunciarle sia stato un candidato alla presidenza della nazione che ha fatto della crescita economica il suo “credo”. Oggi, la sensibilità ambientalista è aumentata esponenzialmente e la crescita personale è curata da milioni di persone a tutte le latitudini. Ecco allora farsi strada il concetto di B.I.L., a integrazione di quello di P.I.L. Muoversi verso una cultura del <em>Benessere Interno Lordo</em> potrebbe significare molte cose positive. Ad esempio, passare dalla carenza alla più ampia disponibilità del tempo, dalle merci ai beni, dallo spreco alla conservazione delle risorse, dall’antagonismo alla condivisione. Dai numeri alla qualità. L’attuale crisi economica potrebbe costituire un’opportunità per la transizione verso una cultura del B.I.L. Alcuni modelli su cui si fonda la civiltà occidentale potrebbero essere rivisti. Una civiltà ricca di beni ma povera di etica, tempo e relazioni di qualità. Del resto, la saggezza degli antichi e quella orientale non danno mai una lettura esclusivamente negativa al termine “crisi”.</p>
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<p style="text-align: justify;">Nel linguaggio ellenistico, la parola indica discernimento e valutazione. In giapponese, tale vocabolo è formato da due ideogrammi: “pericolo” e “opportunità”. Negli stessi anni in cui Kennedy avanzava dubbi sulla crescita del P.I.L. come valore assoluto, un altro grande personaggio − Albert Einstein<em> </em>− così si esprimeva riguardo ai periodi di crisi: «sono la migliore benedizione che possa arrivare a persone e Paesi, perché la crisi porta progresso. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato, poiché senza crisi ogni vento è una carezza. L’unica crisi che ci minaccia è la tragedia di non voler lottare per superarla». Ritornando ai giorni nostri, nel più recente rapporto dell’istituto <em>Censis </em>sulla situazione sociale italiana, la crisi è inquadrata come «un salutare allarme collettivo, una sfida, che può innovare la società». In realtà, la sofferenza spesso più che nella crisi economica in se stessa sta nel come essa viene recepita e interiorizzata. Dare spazio a emozioni negative quali rabbia, timore, preoccupazione, disperazione, non è certo la soluzione ideale per combattere le difficoltà finanziarie. Conviene piuttosto puntare su una cultura positiva del Ben-essere quale essere <em>nel bene</em> e non solo <em>nei beni</em>: potrebbe essere la chiave giusta per bypassare le crisi, individuali o collettive che esse siano.</p>
<p style="text-align: right;">Raffaele Basile<strong></strong></p>
<p style="text-align: left;">Foto:http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Grass_of_Happiness.jpg#metadata</p>
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		<title>Visitare Philadelphia: la nascita di un nuovo mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo molte ore di auto mi accingo a visitare Philadelphia, la città dell’amore fraterno. La prima capitale degli Stati Uniti mi rende partecipe delle sue vicissitudini storiche, fra parchi, monumenti e racconti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Dopo molte ore di auto mi accingo a visitare Philadelphia, la città dell’amore fraterno. La prima capitale degli Stati Uniti mi rende partecipe delle sue vicissitudini storiche, fra parchi, monumenti e racconti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter" title="Visitare Philadelphia" src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/stati-uniti/philadelphia/1.jpg" alt="" width="546" height="409" /></p>
<p style="text-align: justify;">Visitare Philadelphia è come scoprire la nascita di un nuovo mondo. La città è stata il fulcro principale della rivoluzione americana, attuale sede della Independence Hall dove fu stilata e firmata la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 303px"><img title="Art museum " src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/stati-uniti/philadelphia/2.jpg" alt="Art museum " width="293" height="303" /><p class="wp-caption-text">Art museum</p></div>
<p style="text-align: justify;">Decido di iniziare a visitare Philadelphia partendo dal punto più vicino al mio hotel: il museo dell’arte reso famoso per aver fatto da sfondo al film Rocky.<br />
La sua celebre scalinata è presa d’assalto da decine di persone che vi corrono sopra e, una volta arrivati in cima, alzano le braccia in una vaga imitazione del famoso personaggio. Mi chiedo ironicamente quante persone siano poi realmente entrate nel museo.<br />
Arrivando dalla periferia e addentrandomi sempre di più nella città, sembra che il mondo si rimpicciolisca e che io, come per magia, mi ritrovi in una Philadelphia più piccola e antica.<br />
Mi trovo ora nella Old City, cuore della città fondata da William Penn nel 1682. Il quartiere è rimasto identico al progetto originario di Penn, il quale stabilì la disposizione delle case, la larghezza delle strade e anche i loro nomi seguendo la visione di una città ideale, funzionale e tollerante.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 405px"><img title="Old City" src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/stati-uniti/philadelphia/3.jpg" alt="Old City" width="395" height="263" /><p class="wp-caption-text">Old City</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il nome della città fa capire molto sulle intenzioni di Penn: Philadelphia deriva, infatti, dalle parole greche <em>philos</em> (amore) e <em>adelphos</em> (fratelli).<br />
La sua concezione di città e la sua libertà religiosa fecero in modo che molti immigrati, sia dagli USA stessi, sia dall’Europa, si stabilissero qui, accrescendo il numero degli abitanti in poco tempo.<br />
Passeggiando per l’Old City district mi sento immerso nella storia, fra la Independence Hall, che ha dato i natali alla costituzione e alla dichiarazione d’indipendenza, e la Liberty Bell, uno dei simboli più famosi della storia degli USA.</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 418px"><img title="One upon a Nation" src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/stati-uniti/philadelphia/4.jpg" alt="One upon a Nation" width="408" height="318" /><p class="wp-caption-text">One upon a Nation: un racconto sulla storia degli Stati Uniti</p></div>
<p style="text-align: justify;">La campana della libertà, infatti, servì a chiamare a raccolta la popolazione per assistere alla prima lettura della dichiarazione d’indipendenza alla popolazione e assunse proprio per questo un altissimo valore simbolico.<br />
Fra le piccole strade della vecchia Philadelphia i pensieri dei patrioti americani prendono forma grazie alle suggestioni del luogo e grazie agli “<em>One upon a Nation tales</em>”, racconti sulla storia degli Stati Uniti e dei suoi personaggi più famosi, raccontate da volontari presso panchine ubicate nell’Independence Park: i bambini restano incantati dalle storie narrate loro con entusiasmo, mimica e voci in falsetto.<br />
Gli americani sono fieri del loro paese, dei loro personaggi e dei loro patrioti e visitare Philadelphia mi ha fatto capire quanto siano importanti per loro; citano le frasi con orgoglio e si danno forza per affrontare le situazioni più difficili paragonandosi ai vari Washington, Jefferson o Benjamin Franklin.</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 420px"><img title="Benjamin Franklin Bridge" src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/stati-uniti/philadelphia/5.jpg" alt="Benjamin Franklin Bridge" width="410" height="307" /><p class="wp-caption-text">Benjamin Franklin Bridge</p></div>
<p style="text-align: justify;">I loro ideali di pace e tolleranza con gli anni si sono però affievoliti, scatenando periodi di razzismo e discriminazione, talvolta stabiliti anche per legge.<br />
Ciò che mi consola, però, sono le parole di affetto che la gente ha per i loro eroi: parole che tengono vivo lo spirito di rispetto e libertà e che, anche se messe in discussione, non potranno mai essere cancellate definitivamente.<br />
Molto spesso la libertà per un americano vuol dire libertà per se stessi, ma la difesa di questo principio fa in modo che chiunque possa usufruirne.<br />
La notte ormai è scesa, esco dal quadrato storico della città e mi dirigo verso il vicinissimo porto dove termino la visita della città fermandomi nel <em>Race street Pier</em> dal quale godo una vista magnifica dell’imponente Benjamin Franklin bridge e della città piena di luci.<br />
Ritorno in auto e mi dirigo verso Washington, dove mi attende la grande festa del quattro luglio alla quale non posso assolutamente mancare.</p>
<p style="text-align: right;">Francesco Longo</p>
<p>Foto: © Francesco Longo – Tempovissuto</p>
<p>Foto 3 e 5: <span style="text-decoration: underline;">http://www.flickr.com/photos/wallyg/</span></p>
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		<title>Le 13 colonie americane</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Anche se la prima colonia europea negli attuali Stati Uniti fu fondata dagli Spagnoli sulle coste della Florida, è con l’avvento degli inglesi che si formarono le 13 colonie americane, il primo vero nucleo dei futuri Stati Uniti d’America.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Anche se la prima colonia europea negli attuali Stati Uniti fu fondata dagli Spagnoli sulle coste della Florida, è con l’avvento degli inglesi che si formarono le 13 colonie americane, il primo vero nucleo dei futuri Stati Uniti d’America.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Le 13 colonie americane" src="http://www.tempovissuto.it/images/viaggi/estero/stati-uniti/philadelphia/6.jpg" alt="" width="413" height="226" />La storia degli Stati Uniti d’America, seppure relativamente breve, è piena di eventi che l’hanno fatta diventare quella che tutti noi conosciamo.<br />
Si può banalmente dire che inizialmente il nuovo continente non era nient’altro che un deposito di materie prime destinate alle nazioni europee colonizzatrici.<br />
I primi insediamenti stabili avvennero nel 1620, quando i padri pellegrini a bordo della Mayflower sbarcarono nelle vicinanze della Virginia, la prima delle 13 colonie americane, nucleo dei futuri Stati Uniti.<br />
Lo spirito dei coloni che arrivavano in America in cerca di libertà (soprattutto religiosa) o prospettive di vita migliori, si trasformò subito in uno spirito pioneristico: i nuovi arrivati vedevano il nuovo mondo come una terra di opportunità, di territori sconfinati e liberi per essere utilizzati a proprio piacimento.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Nonostante le enormi difficoltà per la scarsa conoscenza del territorio, del clima e della fauna, molti di loro riuscirono nel proprio intento, stabilendosi e creando numerose comunità.<br />
La voglia di libertà portava sempre più persone dall’Europa verso l’America e gli spazi sconfinati, oltre ad offrire numerose opportunità di scelta dell’insediamento, diventavano la soluzione agli screzi che si creavano riguardo alle nuove regole.<br />
Le 13 colonie americane, infatti, furono costituite principalmente a cause di divergenze religiose, come i fondatori del Rhode Island o del Connecticut che, staccatisi dal primo nucleo di Padri Pellegrini perché discriminati religiosamente, fondarono nuove comunità con nuove regole e leggi come la libertà religiosa.<br />
I “nuovi cittadini” americani stavano strutturando le loro società in maniera molto settoriale e, anche se molto spesso il loro arrivo era dettato dalle persecuzioni subite in patria, non disdegnavano di riservare lo stesso trattamento a chiunque avesse scelto di vivere con loro.<br />
Con il passare degli anni e la conseguente stabilizzazione delle colonie, il distaccamento dall’Inghilterra fu inevitabile: la grande pressione fiscale della Corona e il senso di appartenenza dei coloni alla nuova patria sfociarono in una disobbedienza civile, terminata con la stesura della dichiarazione d’indipendenza nel 1776.<br />
Le 13 colonie americane diventarono quindi una confederazione, unita e salda nei criteri descritti nella dichiarazione d’indipendenza con concetti attuali e all’avanguardia.<br />
In essa si fa infatti riferimento al principio di uguaglianza e di libertà, al diritto del popolo di ribellarsi all’autorità costituita e all’inviolabile diritto alla felicità, così come recita il testo: «a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità».<br />
Concetti veri di rivoluzione che, prima ancora dei cambiamenti politico-economici, furono alla base della nascita degli Stati Uniti d’America.</p>
<p align="right">Francesco Longo</p>
<p>Foto: <span style="text-decoration: underline;">http://it.wikipedia.org/</span></p>
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		<title>Libertà di culto e diritti civili a Cuba</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[A quattordici anni di distanza dalla visita di Wojtyla, un papa torna sull'isola di Fidel Castro per promuovere la libertà di culto. In questo periodo, tanto è stato fatto per migliorare l'immagine di Cuba ma le condizioni di libertà dei cittadini sembrano aver fatto pochi passi avanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong><em>A quattordici anni di distanza dalla visita di Wojtyla, un papa torna sull&#8217;isola di Fidel Castro per promuovere la libertà di culto. In questo periodo, tanto è stato fatto per migliorare l&#8217;immagine di Cuba ma le condizioni di libertà dei cittadini sembrano aver fatto pochi passi avanti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Libertà di culto e diritti civili a Cuba" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/liberta-di-culto-cuba.jpg" alt="" width="399" height="275" />Lo scenario di Plaza de la Revolucion, luogo deputato alle grandi manifestazioni del regime comunista e in cui si sono tenuti alcuni dei più famosi discorsi del Lìder màximo Fidel Castro, è decisamente suggestivo. Appena venti anni fa, nemmeno i più ottimisti avrebbero immaginato un papa cattolico celebrare messa in un luogo simile chiedendo maggiore libertà di culto per i cattolici del Paese. Quella di papa Benedetto XVI a L&#8217;Avana è un&#8217;immagine potente che può dare l&#8217;impressione che la condizione dei cittadini cubani sia molto cambiata rispetto agli anni più duri del regime castrista. Tuttavia quest&#8217;idea è destinata a rivelarsi fin troppo ottimistica.<br />
Sul piano formale sono stati fatti indubbiamente dei passi avanti per quanto riguarda i diritti umani. Dal 1992, anno in cui ne fu redatto il nuovo testo, la Costituzione cubana riconosce e garantisce la libertà di culto, di espressione e di associazione. Inoltre, il fatto che Cuba non si definisca più uno stato ateo ma solamente laico, ha consentito a diversi ecclesiastici di ottenere la residenza sull&#8217;isola e di professare i riti della propria religione.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Le buone notizie, tuttavia, sono destinate ad interrompersi qui. Tali libertà fondamentali, diritti che nelle democrazie compiute sono considerati ormai scontati, sono, infatti, schiacciate dal peso dell&#8217;attività delle autorità, le quali esercitano uno stretto controllo su tutte le forme di associazionismo e di informazione, tanto da lasciare uno spazio pressoché nullo all&#8217;esercizio di un vero dissenso politico. E per chi ha tentato di opporsi alle regole del regime, la repressione ha colpito in svariati modi: dall&#8217;arresto al divieto di espatrio, dai processi penali ai licenziamenti per causa politica.<br />
Il Partito Comunista Cubano è tuttora il solo a poter presentare i propri candidati alle elezioni dell&#8217;Assemblea Nazionale del Potere Popolare, organo pseudo-legislativo che si riunisce appena due volte l&#8217;anno. Anche ai massimi livelli – come dimostra la sostituzione ai vertici del partito e del Paese di Raul Castro, fratello di Fidel, avvenuta nel 2006 – la successione avviene in forma tutt&#8217;altro che democratica.<br />
Alla mancanza di libertà politica si accompagna uno stretto controllo sull&#8217;informazione e l&#8217;istruzione. Quest&#8217;ultima è garantita ad ogni cittadino, ma è utilizzata come strumento di indottrinamento da parte di un sistema di istruzione che, come da tradizione dei regimi, racconta una sua personalissima reinterpretazione della storia.<br />
Il controllo sull&#8217;informazione è poi estremamente rigido: sull&#8217;isola sono presenti numerose agenzie di stampa, quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, ma queste sono tutte di proprietà governativa e pertanto soggette ad un&#8217;intensa attività di selezione e censura. Stesso discorso vale per Internet, la cui fruizione è strettamente regolamentata. L&#8217;accesso al web, infatti, richiede la concessione di un permesso governativo speciale il quale consente un controllo pressoché totale sul traffico Internet.<br />
In un Paese in cui persino l&#8217;esilio volontario appare una possibilità remota, questo stato di cose si traduce in una vita da carcerati a cielo aperto e né le parole dei due papi giunti in visita nell&#8217;ultimo ventennio, né le pressioni della comunità internazionale hanno avuto effetti tangibili sul regime castrista. Le libertà personali e l&#8217;esercizio dei diritti civili, conquiste fondamentali per un pieno sviluppo della persona, rimangono ostaggio della pretesa di un ordine sociale stabile da cui ai cittadini cubani sono derivati ben pochi benefici.</p>
<p align="right">Alessandro Turco</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Foto: http://www.flickr.com/photos/26326001@N08/3093235732</p>
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		<title>Bhutan e felicità: un modello per il mondo del futuro</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Bhutan felicità]]></category>
		<category><![CDATA[felicità interna lorda]]></category>
		<category><![CDATA[FIL]]></category>
		<category><![CDATA[Onu e benessere]]></category>
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		<description><![CDATA[In controtendenza con il resto del mondo, in Bhutan la felicità è al centro della politica nazionale. Felicità significa senso di comunità, spiritualità, tutela dell’ambiente e della tradizione: valori che, piano piano, anche il mondo occidentale comincia a riscoprire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>In controtendenza con il resto del mondo, in Bhutan la felicità è al centro della politica nazionale. Felicità significa senso di comunità, spiritualità, tutela dell’ambiente e della tradizione: valori che, piano piano, anche il mondo occidentale comincia a riscoprire.</em></p>
<p align="JUSTIFY"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Bhutan e felicità" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/bhutan-felicita.jpg" alt="Bhutan e felicità" width="369" height="258" /></p>
<p style="text-align: justify;">Bhutan e felicità sono due parole sempre più associate l’una all’altra. Il Bhutan è uno Stato poco più grande della Svizzera, incastonato tra i monti dell’Himalaya e circondato da India e Cina. Felicità è un termine da sempre al centro dell’interesse di tutti, politici, economisti, filosofi, religiosi. Dagli anni ’70 del ‘900 è diventata la parola d’ordine per il monarca bhutanese appena diciottenne, Jigme Singye Wangchuck. Se, infatti, le potenti vicine, India e Cina, sempre più in espansione, aumentano di anno in anno il loro Pil, investendo su economia e produzione, il piccolo Bhutan si interessa al Fil, l’indice per misurare la Felicità Interna Lorda. Questo regno paradisiaco, sospeso tra Medioevo e modernità, ha posto al centro della politica nazionale il benessere dei cittadini. I bhutanesi sono tra i più poveri al mondo, con un Prodotto Interno Lordo tra i più bassi, eppure nel questionario che viene loro sottoposto ogni due anni, solo una piccola percentuale della popolazione dichiara di non essere felice.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Il Bhutan è la dimostrazione tangibile del proverbio: «i soldi non fanno la felicità». Piuttosto che privilegiare uno sviluppo economico che crea divari sociali e spesso distrugge l’ambiente, Jigme Singye Wangchuck si è reso conto della possibilità e della necessità di costruire il benessere della propria nazione su altri standard, in nome di altri principi e valori. Secondo il monarca del Bhutan, la felicità sarebbe racchiusa in un forte senso della comunità, negli stimoli culturali che provengono da una tradizione tutelata e viva, e nella spiritualità, potenziata da un sentimento religioso scelto come principio guida del quotidiano. Nella “terra del drago” si pratica la religione buddhista, la maggior parte del territorio è ricoperto da foreste, di cui un quarto sono aree protette, la biodiversità la fa da padrone, con specie di flora e fauna uniche al mondo. Si conduce una vita semplice e dedita principalmente all’agricoltura. Di recente, poi, il Bhutan si è trasformato da monarchia assoluta a costituzionale, suscitando ancora di più l’attenzione e la curiosità del mondo. L’ONU ha, infatti, assunto il Bhutan come modello propositivo di cambiamento anche per le civiltà occidentali. Non si tratterebbe di un ritorno al “primitivo” che punti a stili di vita del passato, bensì di una prospettiva sul futuro che abbia al centro valori alternativi al consumismo sempre più sfrenato dei nostri giorni.<br />
In questo periodo di crisi, di smarrimento, non solo dal punto di vista economico e sociale, ma anche spirituale, interiore e morale, l’accoppiata Bhutan e felicità sembra davvero aprire uno spiraglio alla possibilità di un mondo diverso e migliore.<br />
Certo, le contraddizioni e le difficoltà esistono anche all’interno di tanta perfezione: il Bhutan è in parte finanziato dall’India e la ricerca di un’omogeneità culturale ha causato problemi etnici con la comunità di origine nepalese, costretta a lasciare il Paese. Neanche in Bhutan la felicità ha ancora una ricetta assoluta e definitiva, ma di sicuro tra i monti dell’Himalaya si è sulla buona strada.<br />
Noi che viviamo nel caos delle nostre città occidentali, rincorrendo successo e denaro, potremmo cominciare a seguire l’esempio del Bhutan coltivando la cosa più importante che spesso dimentichiamo di possedere: il nostro mondo interiore, il nostro spirito, la nostra anima, al di là di qualunque sfumatura religiosa si voglia e si possa dare a questi termini. Un viaggio in questi luoghi sarebbe un primo passo per dare un nuovo assetto alla propria interiorità, ma l’intenzione non è così semplice da attuare. Allora forse si può cominciare tenendo d’occhio il sito “<a href="http://www.bhutan-italy.com/main/" target="_blank">Amici del Bhutan – Italia</a>”, in cui trovare informazioni ed eventi correlati al regno bhutanese. Molto interessante è anche il sito di <a href="http://www.mariobiondiscrittore.it" target="_blank">Mario Biondi</a>, scrittore italiano raffinato e viaggiatore attento, che grazie alla sua esperienza riesce a far vivere l’atmosfera più autentica dell’Oriente con reportage, foto e parole emozionanti. D’altra parte il Bhutan ci insegna che, in una società sempre più spersonalizzata e tecnologica, il cibo del nostro tesoro interiore dovrebbero essere la cultura, la spiritualità, le relazioni sociali più autentiche e semplici.</p>
<p align="right">Silvana Calcagno</p>
<p align="JUSTIFY">Foto: <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.flickr.com/photos/ahinsajain/5977571553/">http://www.flickr.com/photos/ahinsajain/5977571553/</a></span></span></p>
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		<title>La musica da toccare. Biophilia di Björk</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[bjork]]></category>
		<category><![CDATA[Crisytalline]]></category>
		<category><![CDATA[i-Pad]]></category>
		<category><![CDATA[nuovo singolo bjork]]></category>
		<category><![CDATA[tablet]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuove dimensioni virtuali nella musica. Crystalline, il nuovo singolo di Björk, anticipa l’intuizione del suo ultimo album Biophilia, realizzato grazie a un avveniristico tipo di tecnologia che ci lascia immaginare un futuro in cui nuovi mondi musicali animeranno lo schermo dei nostri media. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Nuove dimensioni virtuali nella musica. Crystalline, il nuovo singolo di</em> <em>Björk, anticipa l’intuizione del suo ultimo album Biophilia, realizzato grazie a un avveniristico tipo di tecnologia che ci lascia immaginare un futuro in cui nuovi mondi musicali animeranno lo schermo dei nostri media. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="nuovo singolo di bjork" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/nuovo-singolo-bjork.jpg" alt="" width="338" height="338" />Crystalline</em>: già dal nuovo singolo, Björk annuncia la scelta programmatica del suo nuovo album. Biophilia, uscito lo scorso anno, vanta, infatti, un primato: le canzoni che lo compongono sono state, infatti, concepite per intero sotto forma di applicazioni scaricabili direttamente su i-Pad.<em><br />
Crystalline</em>, cristallino come lo schermo di un <em>tablet</em>. Una corrispondenza, questa, che sembra voluta dalla stessa autrice.<br />
Non la stessa impressione di originalità e innovazione si riceve ascoltando le tracce dell’album; si ha, infatti, il sentore complessivo di un lavoro sbiadito, un intermezzo minore e smorzato, salvo rari momenti virtuosi, che nulla aggiunge alle ben note qualità di una star che è già quasi un mito. Nei video che si susseguono, Björk, in tema con l’album, mostra la sua chioma simile a un condensato di materia stellare, nebulosa e filante. S’inizia con <em>Moon </em>che dopo un avvio dato da un lirico assolo di arpa, prosegue puntellato dalla voce del coro. Dopo <em>Thunderbolt </em>è<em> </em>poi la volta di <em>Crystalline</em>. Con questo nuovo singolo Björk tocca forse la parte migliore di questo suo lavoro: il suo canto limpido si libra su uno sfondo ovattato di suoni argentini, come sottilissime vibrazioni rifratte infinitamente da speroni di frattali. <em>Cosmogony</em> è invece la traccia più tecnicamente elaborata, ma l’energia in azione si stempera nell’ululato del coro che va tenuamente a digradarsi. Trascurabili le altre tracce tranne <em>Dark Matter</em>, realizzato in collaborazione con Mark Bell. Interessante anche <em>Hollow</em>, per l’uso equilibrato dell’organo a canne. <em>Solstice</em> è la canzone di chiusura dal titolo evocativo per un album sul tema degli astri e del loro moto: la voce chiara di Björk sulla nera lavagna dello spazio.  <em></em></p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Biophiliaresta sicuramente un salto del futuro della musica, ma anche un passo in avanti verso la riproducibilità del reale; prefigura anche uno scenario futuribile, nel quale, grazie a nuove tipologie di fruizione, il lavoro musicale si unirà sempre di più alla grafica e alla multimedialità e vivrà in una dimensione in cui sarà possibile “gustare” la musica nella sua qualità auditiva, visiva, e, da ora, anche tattile. L’ascolto musicale, inoltre, non sarà più legato a determinati momenti e luoghi. Fossile è ormai l’era in cui la musica usciva dal grammofono; lontana è anche l’epoca del giradischi e del mangianastri. Nel millennio multimediale i più grandi guardano ora di fronte ai ragazzi che se spesso sono privi di abilità particolari, dai loro occhi sembrano dominare il mondo con la padronanza del lessico tecnologico. E la musica continua a scandire i momenti della nostra giornata, e nello <em>streaming</em> ininterrotto è facilmente prevedibile che qualcosa si trasformi in rumore di fondo; ma, con i nuovi spazi creati dalla virtualità tecnologica, si aprono nuovi irresistibili mondi, più fisici e vissuti del reale. Con <em>Biophilia</em> entriamo davvero in una nuova era. L’utopia del futuro è già quasi luogo cosmico più vero e piacevole della realtà.</p>
<p style="text-align: right;">Marco Cesareo</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il piano di pace ONU non ferma la guerra civile in Siria</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni siriane]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile in Siria]]></category>
		<category><![CDATA[libertà democratiche]]></category>
		<category><![CDATA[piano di pace]]></category>
		<category><![CDATA[proteste in Siria]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante la presenza degli osservatori ONU e le prime elezioni pluri-partitiche da quaranta anni, prosegue la guerra civile in Siria. Gli scontri hanno portato alla morte di oltre novemila persone e gli attentati suicidi degli ultimi giorni sembrano aver aperto una nuova, terrificante fase del conflitto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong><em>Nonostante la presenza degli osservatori ONU e le prime elezioni pluri-partitiche da quaranta anni, prosegue la guerra civile in Siria. Gli scontri hanno portato alla morte di oltre novemila persone e gli attentati suicidi degli ultimi giorni sembrano aver aperto una nuova, terrificante fase del conflitto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="Guerra civile in Siria" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/guerra-civile-in-siria.jpg" alt="" width="425" height="299" />Negli ultimi mesi l&#8217;attenzione dei media del nostro Paese è stata comprensibilmente assorbita dalle problematiche interne ed europee. Solo lontani echi sono giunti sin qui dalla Siria, in cui continua a consumarsi una drammatica protesta che oramai si è trasformata in una vera e propria guerra civile. La Primavera Araba, che aveva investito tutto il Maghreb abbattendo una dopo l&#8217;altra le dittature nordafricane, pareva destinata ad estendersi anche al Medio Oriente ma i venti del cambiamento hanno trovato nella Siria una barriera insormontabile. Qui il regime è stato in grado di soffocare nel sangue le pretese di riforma democratica dei dimostranti che tuttavia sembrano non avere alcuna intenzione di arrendersi.<br />
Pur con l&#8217;intervento dell&#8217;ONU, concretizzatosi nel piano di pace proposto dall&#8217;ex-segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, le proteste non si sono placate e con esse la violenta repressione da parte del governo siriano. Secondo fonti ONU, gli scontri dell&#8217;ultimo anno – concentrati principalmente nelle città di Homs, Daraa e Damasco – hanno causato oltre novemila vittime, cifra considerata molto prudente dai leader dell&#8217;opposizione.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">E gli eventi delle ultime settimane danno l&#8217;idea che questi numeri siano destinati a crescere rapidamente. Negli scorsi giorni gli episodi di violenza hanno segnato una rapida escalation, culminata con l&#8217;attacco suicida avvenuto a Damasco che ha causato la morte di 55 persone e il ferimento di oltre trecento. Questo sanguinoso evento ha dimostrato oltre ogni dubbio l&#8217;incapacità dell&#8217;attuale piano di pace di produrre effetti reali.<br />
Il piano ideato da Annan prevedeva un&#8217;interruzione immediata delle ostilità accompagnata da un processo di democratizzazione del Paese che si sarebbe dovuto concretizzare nel rilascio dei protestanti trattenuti illegalmente e nell&#8217;accoglimento delle legittime richieste di riforme da parte della popolazione. Ma la presenza degli Osservatori delle Nazioni Unite non ha portato i risultati sperati e le violenze continuano.<br />
Le posizioni dei due schieramenti sembrano al momento inconciliabili. Il governo siriano del presidente al-Assad non sembra intenzionato a cedere alle pressioni della popolazione, come dimostrano i continui arresti di manifestanti e l&#8217;espulsione dal Paese dei media indipendenti. Nemmeno l&#8217;approvazione della nuova costituzione, che sancisce la fine del sistema mono-partitico, ha portato ad un riavvicinamento. Le elezioni dello scorso lunedì – aperte ad altri partiti dopo quaranta anni di dominio del partito Ba&#8217;ath, l&#8217;NPF (National Progressive Front) – non mettono in gioco la carica presidenziale e, con l&#8217;attuale legislazione, il presidente al-Assad potrebbe rimanere al potere per altri quattordici anni.<br />
Con queste premesse, l&#8217;opposizione siriana ha chiesto di boicottare le elezioni ritenendole una farsa messa in piedi dal governo attuale per legittimare ufficialmente il proprio mandato. Senza le libertà di associazione, manifestazione ed espressione necessarie per una campagna elettorale realmente democratica, qualsiasi consultazione elettorale appare inutile. La rivolta è dunque destinata a continuare e probabilmente ad inasprirsi senza l&#8217;intervento della comunità internazionale. Del resto, gli oppositori si battono per gli stessi ideali di democrazia e libertà che hanno caratterizzato la rivoluzione araba dello scorso anno, valori che sembrano essere disposti a difendere a costo della vita.</p>
<p align="right">Alessandro Turco</p>
<p>Foto: http://www.flickr.com/photos/syriafreedom/6961997081</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Diritto all’oblio: l’evoluzione della privacy su internet</title>
		<link>http://www.tempovissuto.it/index.php/tecnologia/diritto-alloblio-levoluzione-della-privacy-su-internet/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[diritto all’oblio]]></category>
		<category><![CDATA[la privacy su internet]]></category>
		<category><![CDATA[privacy e Unione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[tutela della privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Viviane Reding]]></category>

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		<description><![CDATA[La privacy su internet è un ambito delicato, tornato in primo piano per merito delle proposte della commissaria europea per la giustizia. Per affrontare il problema, una legislazione uniforme a livello europeo potrebbe essere affiancata ad una campagna informativa sul tema.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong></strong><em>La privacy su internet è un ambito delicato, tornato in primo piano per merito delle proposte della commissaria europea per la giustizia. Per affrontare il problema, una legislazione uniforme a livello europeo potrebbe essere affiancata ad una campagna informativa sul tema.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><img class="alignleft" style="margin: 10px;" title="la privacy su internet" src="http://www.tempovissuto.it/images/news/newsmag012a/la-privacy-su-internet.jpg" alt="" width="369" height="207" />Si twittano pensieri, si postano su facebook canzoni, foto, video, si indicano luoghi visitati e compagni di avventure, si comunicano gusti, apprezzamenti, critiche. Internet è sempre più un calderone di informazioni personali, dalle più generiche alle più intime.<br />
Difficilmente, però, ci chiediamo cosa e quanto di quello che di noi “diamo in pasto” alla rete rimane tracciato in maniera indelebile nella memoria di quell’enorme archivio che è il web.<br />
Ultimamente la questione della privacy su internet è tornata alla ribalta, grazie al commissario europeo per la giustizia, Viviane Reding. La Reding ha parlato di diritto all’oblio da disciplinare in maniera uniforme a livello comunitario.<br />
Per diritto all’oblio, si intende strettamente la garanzia di tutelare le informazioni sugli eventuali precedenti giudiziari di un individuo. Questo concetto è stato, però, esteso anche a tutti i dati personali, imbarazzanti e non, che riguardano il singolo.</p>
<div style="float: right; padding: 5 5;"><script type="text/javascript">// <![CDATA[
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Le proposte avanzate dalla Reding consentirebbero una maggiore possibilità di controllo sui propri dati e la garanzia di una più compiuta trasparenza da parte dei gestori di siti, social network e aziende, che in caso di trasgressione incorrerebbero in multe salate.<br />
Quando si maneggia una materia delicata come quella della privacy su internet è di prassi aspettarsi critiche e obiezioni. Le contestazioni più calde all’iniziativa della commissaria vengono da Vinton Cerf, considerato uno dei fondatori di Internet. Secondo Cerf il diritto all’oblio rischia di ledere la libertà che sta alla base del web e anche il suo fondamentale ruolo di archivio, di “giornale”, immensamente estendibile nel tempo e per la quantità di notizie.<br />
Una possibile regolamentazione della privacy su internet, tuttavia, sembra profilarsi sempre più come una necessità. Nell’era della “nevrosi” da social network gestire i propri dati e le informazioni che gli altri forniscono, volontariamente o involontariamente, su di noi può diventare davvero difficoltoso.<br />
Considerato ciò, una legislazione seria e articolata, che tuteli il singolo, ma si preoccupi di vincolare il meno possibile la libertà del più importante strumento di informazione odierno, potrebbe essere affiancata ad una campagna informativa che abbia come tema la privacy su internet.<br />
Informare giovani e meno giovani sul giusto modo di approcciarsi al web, tramite scuole e istituzioni, sarebbe un ottimo inizio per risolvere parte della questione della tutela della privacy, affrontandola alla sua origine: quali dati è opportuno divulgare al mondo informatico e quali no? Quali delle informazioni su di me che sto comunicando potrei volere che un giorno scomparissero dal web? Quali accortezze seguire per arginare il più possibile il “saccheggio” di informazioni da parte di altri navigatori? Questi quesiti apparentemente banali, in realtà vengono spesso sottovalutati o ignorati dagli utenti della rete.<br />
Sul web stesso si trovano indicazioni utili a riguardo. Ad esempio la ONG <em>Terres de Hommes </em>mette a disposizione dei naviganti più piccoli “<a href="http://www.ioproteggoibambini.it/Alice_Terre_des_Hommes_web.pdf" target="_blank">Alice nel paese di Internet</a>”, una docu-storia per istruire i bambini sui rischi di internet e sulla privacy. Per gli adulti c’è, invece, “<a href="http://www.consulentiprivacy.it/guida_privacy_internet.htm" target="_blank">La guida alla privacy su internet</a>” proposta da un gruppo di consulenti specializzati in materia di privacy. Anche Wikipedia, alla voce “Privacy e internet” offre dei consigli stringati ed efficaci per migliorare la sicurezza della propria navigazione.<br />
La tutela della privacy comincia dalle proprie scelte e azioni e una consapevolezza maggiore di cosa implichi a breve e lungo termine un <em>twit</em>, un <em>post</em>, un <em>like</em>, una licenza accettata, la scelta di una password, il significato di parole come <em>firewall</em>, antivirus, <em>cookies</em>, aiuterebbe quella «protezione dei dati personali, diritto fondamentale di tutti gli europei» che sta giustamente a cuore alla Reding.</p>
<p align="right">Silvana Calcagno</p>
<p>Foto: <a href="http://www.flickr.com/photos/opensourceway/4638981545">http://www.flickr.com/photos/opensourceway/4638981545</a></p>
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		<title>Lettera per la festa della mamma: anche gli adulti le dicono ti amo</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 06:29:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[festa della mamma]]></category>
		<category><![CDATA[Lettera per la festa della mamma]]></category>

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		<description><![CDATA[13 maggio. Festa della mamma. Ricorrenza che molti dimenticano. Fissare una dota per festeggiare le mamme – si potrà pensare – non ha una grande utilità, eppure un giorno in cui, più degli altri, ricordiamo la nostra origine – e tutta la l’abbiamo in comune – non può che essere importante.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">13 maggio. Festa della mamma. Ricorrenza che molti dimenticano. Fissare una dota per festeggiare le mamme – si potrà pensare – non ha una grande utilità, eppure un giorno in cui, più degli altri, ricordiamo la nostra origine – e tutta la l’abbiamo in comune – non può che essere importante.<br />
Madre. Mamma. Due modi per intendere la stessa figura, la stessa persona. Se può essere scontata la sua presenza durante la nostra infanzia, un po’ meno lo è quella nella nostra vita di adulti. I suoi consigli, l’averci fatto sentire grandi e maturi o ancora un po’ bambini e indifesi. Quando cresciamo la tenera guida diventa alleata, sostenitrice, appoggio.</p>
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<p style="text-align: justify;">Spesso gli uomini e le donne mettono un po’ da parte la propria mamma, magari distratti dalla presenza di nuovi protagonisti nella propria vita, dalla lontananza o dalle scelte fatte. Però con la madre permane un legame speciale. È lei che ci ha accolto per nove mesi nel suo grembo, facendoci apparire comodissimo quello spazio a volte un po’ stretto, nel quale ci giravamo e giravamo, dandole occasionalmente qualche lieve calcio, sempre perdonati. È lei che ci ha accolto tra le sue braccia durante i primi momenti di vita, con quel suo sguardo trasognato, che non ricordiamo ma di cui, è suggestivo pensarlo, il nostro inconscio potrebbe conservare qualche minimo frammento. Sempre lei a guidarci alla scoperta della nostra nuova casa, a farci conoscere gli altri che, seppur incontrandoci per la prima volta, già ci volevano bene.<br />
I bambini scrivono una lettera per la festa della mamma. Ma questa non è una giornata solo dei più piccoli. Oggi gli adulti devono ricordare di essere stretti da un legame speciale alla loro mamma. Non servirà una lettera. Basterà rifletterci su e dirle ti amo, anche solo nella nostra mente. Non dimentichiamoci dello straordinario miracolo che si realizza ogni volta che nasce un bambino: difendiamo la vita e facciamo sì che questo prodigio possa realizzarsi sempre, in tutti i casi in cui nel grembo di una donna si sia accesa una scintilla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Marco Papasidero</p>
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		<title>Quando bere acqua è meglio</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 07:21:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[bere acqua]]></category>
		<category><![CDATA[bevande gassate]]></category>
		<category><![CDATA[Quando bere acqua]]></category>

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		<description><![CDATA[Molte famiglie, facendo la spesa al supermercato, acquistano bevande zuccherate e gassate, magari alla frutta, sì, ma con una quantità tanto esigua da essere davvero poco utile (spesso non superiore al 12 %).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Molte famiglie, facendo la spesa al supermercato, acquistano bevande zuccherate e gassate, magari alla frutta, sì, ma con una quantità tanto esigua da essere davvero poco utile (spesso non superiore al 12 %).<br />
È di questi giorni la proposta del Ministero della Salute di mettere una piccola tassa sulle bevande gassate, un prelievo di 3 centesimi che servirà anche per la diffusione di campagne che promuovano un corretto stile di vita. Chiaramente le aziende – come la Coca-cola – sono contrarie, perché ciò porterebbe a una penalizzazione sul mercato dei loro prodotti.<br />
La presenza di una tassa su una bevanda non propriamente naturale, così di successo perché estremamente zuccherata, gassata e gradevole al palato, non è una conquista, affatto. Far pagare la coca-cola o l’aranciata 3 centesimi in più non servirà, di per sé, a nulla. Forse saranno più utili le campagne di educazione alimentare, ma speriamo più efficaci di quella che dipingeva l’evasore fiscale come un parassita della società, andata recentemente in onda sui canali della RAI, che non so quanti evasori del fisco sia stata in grado di “convertire”.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">Il processo di rieducazione alimentare deve partire dal basso. I cittadini che hanno compreso l’utilità del consumo di una bevanda sana – parlo di un bicchiere d’acqua o di una spremuta fresca – dovrebbero essere in prima fila nella promozione di questo comportamento virtuoso e, soprattutto, positivo per il nostro corpo: insegnare nelle scuole a consumare una spremuta d’arancia anziché l’aranciata gassata che c’è in commercio, rimuovere i distributori di bevande gassate – e, già che ci siamo, anche quelli di merendine (!) –, dare sempre il “buon esempio”, bevendo un bicchiere d’acqua a tavola invece che la lattina di coca-cola sono solo alcuni spunti per iniziare a insegnare il cambiamento, rendendolo visibile. L’importante, sempre e comunque, è far capire il motivo che ne sta alla base, cioè un’alimentazione sana, che utilizza le risorse della natura e non prodotti artificiali.</p>
<p style="text-align: right;">Marco Papasidero</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Legalizzazione della cannabis in Italia</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 06:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Legalizzazione della cannabis in Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ne abbiamo già parlato alcune settimane fa in una delle copertine di Tempovissuto e ieri si è svolta una marcia per chiederne la liberalizzazione. Sto parlando della legalizzazione della cannabis in Italia, droga leggera che molti vorrebbero poter acquistare come le sigarette nei tabacchini. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ne abbiamo già parlato alcune settimane fa in una delle <a title="Legalizzazione droghe leggere" href="http://www.tempovissuto.it/index.php/attualita/legalizzazione-delle-droghe-leggere-il-parere-di-due-professionisti/" target="_blank">copertine </a>di Tempovissuto e ieri si è svolta una marcia per chiederne la liberalizzazione. Sto parlando della legalizzazione della cannabis in Italia, droga leggera che molti vorrebbero poter acquistare come le sigarette nei tabacchini. Tra le principali motivazioni di questa richiesta, trovano posto la libertà di cui deve godere il nostro Paese e la volontà di infliggere un duro colpo alle mafie e alla criminalità, che sulla vendita illegale di questa pianta guadagna fior di quattrini.<br />
Partiamo dal presupposto che in Italia – come nel resto del mondo – alcune sostanze che non fanno proprio bene all’uomo sono legali: è il caso del fumo e delle bevande alcoliche. La loro “legalità” è talmente ovvia che nessuno di noi riuscirebbe a immaginare il nostro Paese farne a meno.<br />
Nonostante questo, rimangono sostanze nocive.</p>
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<p>// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">La legalizzazione delle droghe leggere è comunque una scelta forte, che lascia, volontariamente e consapevolmente, agli individui la possibilità di scegliere un prodotto che la comunità scientifica giudica nocivo. Le nostre leggi sono l’elenco di ciò che è lecito e ciò che non lo è in Italia. Inserire, tra queste, la possibilità di commerciare e acquistare cannabis significa legittimare un’azione che causa danno. Non dobbiamo – e non possiamo – considerare il problema guardando ai traffici illeciti. Credo sarebbe un clamoroso errore creare – o acuire – un problema al Paese per combatterne un altro, per quanto quest’ultimo, il contrabbando, possa essere diffuso.<br />
La legalizzazione della cannabis in Italia sarebbe una scelta troppo forte, un lasciare a ognuno la possibilità di decidere, da sé, ciò che è giusto e ciò che non lo è. Una delega che un Paese non dovrebbe fare. Non ne va della democrazia o della libertà: viene soltanto rispettata e mantenuta la funzione regolatrice del bene comune dello Stato, che dovrebbe – e sottolineo dovrebbe –, in una comunità sana, rappresentare la guida e il punto di riferimento civile.</p>
<p style="text-align: right;">Marco Papasidero</p>
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