Ludodipendenza: quando l’ossessione per il gioco diventa una droga, interviene la matematica

Disperazione, ansia, depressione. Una volta caduti in questo circolo vizioso, uscirne è davvero difficile. Benché l’Italia sia una delle nazioni europee più avvezze al gioco, due matematici torinesi aiutano giocatori patologici e potenziali vittime a comprendere i loschi meccanismi del gioco d’azzardo attraverso formule probabilistiche e casinò itineranti. (Foto: Flickr cc austinfausto)

«Dai ti prego incoraggiami. Mi sento una povera cretina. Tra qualche giorno dirò stop al gioco, ne sono sicura. Aspetto il grande giorno». Frasi strazianti come questa si leggono nei forum dedicati ai giocatori patologici: luoghi anonimi e virtuali in cui ci si incoraggia reciprocamente e ci si sprona affinché comincino i ‘giorni della conta’. Le prime 24 ore sono le più difficili. Arrivare al terzo giorno senza giocare sembra difficilissimo; quando trascorre una settimana senza spendere un centesimo, allora sì che è una grande vittoria. C’è però chi ci ricasca dopo un paio di giorni, spendendo in un lampo i soldi messi da parte e ovviamente ricominciando tutto da capo. C’è chi poi, nella totale disperazione, capisce che forse è il caso di chiedere aiuto. A questo vizio, infatti, si associa spesso quello del bere, fumare o assumere droghe e si innesca così un meccanismo che fa transitare il gioco da un uso ludico–ricreativo ad un’abitudine ossessiva e insostenibile. Per molta gente è difficile ammettere che il gioco possa portare alla rovina. È lo stesso criterio di gioco a trarre in inganno perché dal momento in cui nasciamo, giocare costituisce fonte di sfogo o divertimento e non di pericolo. Chi ha cercato di tendere una mano ai giocatori italiani sono il fisico Diego Rizzuto e il matematico Paolo Canova, entrambi torinesi e studiosi delle metodiche del gioco d’azzardo, con il progetto “Fate il Nostro Gioco”. In questi anni, attraverso un mix di matematica, curiosità e sorrisi, i due hanno creato maggiore consapevolezza in questo campo che naviga null’ignoranza delle leggi che governano il caso. Con un gruppo di collaboratori, infatti, incontrano studenti e professori, tengono conferenze ed incontri presso le ASL o nelle comunità, interagendo direttamente con i giocatori patologici. Sul loro sito www.fatelinostrogioco.it è facilmente comprensibile come l’aumento del volume di gioco proposto dallo Stato Italiano abbia creato un danno sociale tra le classi meno abbienti. Basti solo pensare che in piena crisi economica nessun settore ha fruttato tanto quanto quello del gioco d’azzardo – i sondaggi e i dati Istat parlano chiaro: nel 2010 l’Italia è stata tra le prime tre nazioni al mondo in tema di giocate, con all’incirca 61 miliardi di euro di puntate. Diego e Paolo a tal proposito, hanno allestito la mostra-conferenza interattiva itinerante ”To bet or not to bet – Fate il nostro gioco” il cui casinò, trasportato in varie città italiane, propone un percorso in cui il visitatore acquisisce familiarità col calcolo delle probabilità senza dover assimilare formule matematiche, ma giocando le sue fiches alla roulette o al blackjack, scommettendo ai dadi, abbassando la leva della slot o addirittura acquistando un Gratta e Vinci o un Win for Life. «Il gioco d’azzardo è una droga dilagante – mi spiega Diego – Nessun giocatore ha la percezione delle reali probabilità di vincere o di perdere». Ma noi sappiamo bene che la matematica non è un’opinione. Durante le loro simulazioni ad esempio, Diego e Paolo illustrano come la probabilità di vincere al Win For Life non sia il 50% (10 numeri su 20), né l’80% (8 punteggi sono quelli che fanno vincere: 0, 1, 2, 3, 7, 8, 9, 10, solo 3 quelli che fanno perdere: 4, 5 e 6), ma inferiore al 20%. E se si escludono i casi di “pareggio” (importo della vincita uguale a quello della giocata), la percentuale si abbassa a circa il 2%! Diego mi spiega che solo in Italia i giocatori patologici sono all’incirca 700.000 e che nei prossimi anni lo Stato rischierà di spendere in cure esattamente quanto in questi anni ha guadagnato dal gioco. La cosa tragica è che mentre le strutture sanitarie si attrezzano con ambulatori destinati ai ludodipendenti, il governo aumenta contemporaneamente le proposte di gioco che risultano sempre più allettanti. È per questo che loro svelano i segreti del gioco, ossia quei calcoli che fanno i matematici incaricati di creare nuovi giochi e che ovviamente nella maggior parte dei casi fanno perdere il giocatore. Diego è schietto: «Non siamo nemici del gioco. Si può giocare, ma con una buona cultura alle spalle e con tanta consapevolezza. È come per il bere: tutti sappiamo che bere tanto fa male. Ecco, noi alla quotidiana sbronza con vino scadente, preferiamo di gran lunga un buon bicchiere ogni tanto». La verità, purtroppo, è sempre la stessa e per di più è sotto gli occhi di tutti: vince solo chi organizza il gioco e non è possibile, per quanto ci si possa sforzare, scoprire il “fortunato stratagemma” che assicura l’agognata vittoria.

                                                                                                         Giusy Del Salvatore

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1 Commento

  1. volevo sottolineare oltre che essere un grave problema sociale,è anche un problema politico,perchè le enormi entrate provenienti dai giochi non solo non sono servite a niente,ma sono servite solo ad impoverire la gente specialmente il ceto medio basso, allora se non serve a risolvere qualche problema,ad esempio ridurre il debito pubblico oppure ridurre le tasse o altro ancora a cosa serve.
    lo stato con i videopoker e altri giochi e paragonabile a un trafficante di droga e igestori a dei pusher perchè non è sufficente scrivere di giocare responsabilmente,sarebbe come mettere una quantità infinita di droga ad un tossicodipendente e dirgli di usarla con moderazione.
    perciò se per motivi egoistici il governo non vuole eliminare il gioco potrebbe almeno mettere un lettore di codice fiscale che impedisce di giocare più di 10 euro al giorno.
    dobbiamo impedire ai giocatori di rovinarsi e agli sciacalli di arricchirsi alle spalle della povera gente

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