Biradicali di Criegee, le particelle salva-clima che raffredderanno il pianeta

Teorizzate negli anni ’50 dal tedesco Rudolf Criegee ma catturate solo ora, queste molecole sono in grado di accelerare il processo di raffreddamento della Terra, riducendo le disastrose conseguenze del surriscaldamento globale sugli ecosistemi marini e terrestri, garantendo, tra l’altro, la sopravvivenza della stessa specie umana. (Foto: Flickr cc rizzato)

Negli ultimi cento anni la temperatura globale è aumentata di 1°C. Il dato, apparentemente irrilevante, è in realtà la causa della repentina diminuzione della massa corporea di numerose specie animali e vegetali che, conseguentemente, portano ad un impatto negativo sulla nutrizione umana. David Bickford, co-autore della ricerca che ha fornito questi dati, realizzata dall’Università Nazionale di Singapore e successivamente pubblicata su Nature Climate Change, ha inoltre evidenziato che: «L’aumento dei livelli atmosferici di biossido di carbonio ha provocato un processo di acidificazione delle acque che, oltre a ridurre le dimensioni della flora e della fauna marina, ha ridotto i tassi di crescita del fitoplancton, minacciando così la sopravvivenza dell’intero ecosistema marino». Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, si è visto, infatti, che anche le piante sono influenzate dall’aumento della temperatura e non sono affatto immuni alle riduzioni di massa. Secondo lo studio di Bickford, infatti, esistono correlazioni negative tra la crescita dei vegetali e le temperature atmosferiche: per ogni grado Celsius che aumenta, si assiste, per esempio in alcuni tipi di erba e albero da frutto, ad una diminuzione della massa che oscilla tra il 3 e il 17%. Mentre gli scenari ipotizzati dagli scienziati conducono ad un preoccupante aumento della temperatura fino a 7°C entro il 2100, con le relative conseguenze, i ricercatori delle università britanniche di Manchester e Bristol in collaborazione con i Sandia National Laboratories hanno pubblicato sulla celebre rivista Science uno studio che attesta la scoperta di quelle che sono state prontamente soprannominate le “particelle salva-clima”. Rilevate grazie all’Advanced Light Source, una potente radiazione che le ha messe in evidenza, si presentano scientificamente come Biradicali o Intermedi di Criegee, molecole elusive che nei prossimi anni potrebbero giocare il ruolo chiave di spazzini atmosferici.
La loro assoluta importanza, infatti, risiede nelle loro stesse caratteristiche di ossidanti delle molecole inquinanti dell’atmosfera terrestre, tra cui il biossido di azoto e il biossido di zolfo che, prodotti dalla combustione, sono i diretti responsabili dell’inquinamento, delle piogge acide, della formazione di molecole inorganiche e dell’effetto serra. Le “particelle salva-clima” sono pertanto in grado di accelerare la formazione di solfati e nitrati nell’atmosfera, portando ad una più rapida creazione di aerosol e di nubi in grado di proteggere la superficie terrestre dai raggi solari, evitando quindi il disastroso global warming ossia il surriscaldamento globale. Carl Percival, ricercatore dell’Università di Manchester, ha infatti spiegato: «Grazie a questo studio siamo riusciti a quantificare per la prima volta la velocità con cui i radicali reagiscono. I nostri risultati avranno un impatto significativo sulla comprensione della capacità ossidativa dell’atmosfera e avranno un’ampia gamma di implicazioni per l’inquinamento e per il cambiamento climatico». La corsa alla salvaguardia del pianeta è in atto: la Columbia University ha simulato al computer ben 14 soluzioni immediate che, insieme alla riduzione di Co2, nei prossimi sessant’anni potrebbero limitare il riscaldamento globale, evitando ogni anno fino a 4,7 milioni di morti premature ed incrementando i raccolti annuali fino a 135 milioni di tonnellate. «Tutto è tecnicamente possibile» ha commentato Mark Jacobson, ricercatore dell’Università di Stanford, «bisogna avere solo la volontà di farlo».

Giusy Del Salvatore

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